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Ue: via libera al Mercosur. Sì di Meloni. Lega contraria. Lula e i sudamericani molto soddisfatti

Luiz Inacio Lula, presidente del Brasile

Il sì dell’Italia, attraverso una Giorgia Meloni convinta rispetto a un Salvini decisamente contrario, apre un mercato di libero scambio da 700 milioni di consumatori, promette di ridisegnare l’import-export tra le sponde dell’Atlantico (America Latina) e si propone come arma per arginare la guerra dei dazi di Donald Trump.

A oltre un quarto di secolo dal suo concepimento – dopo un lungo rosario di
rinvii e veti incrociati – il maxi-accordo commerciale tra l’Ue
e il Mercosur è a una firma dal traguardo: la maggioranza dei
Paesi membri ha dato il via libera, aprendo la strada al sigillo
finale di Ursula von der Leyen, atteso il 17 gennaio in
Paraguay. Un passaggio che, nelle rivendicazioni della numero
uno di Palazzo Berlaymont, consacra l’Europa come “partner
affidabile”, capace di “tracciare la propria rotta”.

A sbloccare l’impasse, come detto, è arrivato il sì dell’Italia che, incassate le ultime
garanzie, ha sciolto le riserve e messo il proprio peso sul
piatto, consentendo di raggiungere la soglia decisiva per
un’intesa sostenuta a gran voce da Berlino e Madrid. La svolta
italiana, ha evidenziato la premier Giorgia Meloni, è stata
possibile “alla luce delle garanzie ottenute per i nostri
agricoltori” che rendono l’equilibrio ora “sostenibile”. Ma
nella maggioranza si è consumata la spaccatura, con la Lega che
ha ribadito la propria “storica contrarietà” mentre la protesta
agricola si allargava anche a Milano, raccogliendo le “forti
perplessità” delle principali organizzazioni di settore –
Confagricoltura, Coldiretti e Cia – preoccupate dal rischio di
concorrenza sleale.

Riuniti in mattinata, gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno
trovato “l’ampio sostegno” necessario a chiudere l’intesa sui
suoi due testi: l’accordo commerciale ad interim (iTA) e quello
di partenariato (Empa) con il Mercosur. Cinque i governi
contrari – Francia, Polonia, Austria, Ungheria, Irlanda -,
mentre il Belgio si è astenuto.

Uno strappo che per Parigi, ancora assediata dai trattori, ha aperto immediati riflessi
interni: secondo fonti governative citate dall’AFP, l’esecutivo
transalpino valuta lo scenario di elezioni anticipate qualora
dovesse cadere su una mozione di sfiducia minacciata dalle
opposizioni estreme – il Rassemblement National (Rn) e La France
Insoumise (Lfi) -, che potrebbe portare allo scioglimento
dell’Assemblea nazionale.

La limatura decisiva per convincere l’Italia e trascinare il
placet europeo è arrivata sul terreno delle salvaguardie: la
soglia che fa scattare le indagini sui prodotti agricoli
sensibili in caso di turbamenti di mercato scende dall’8% al 5%.
Un aggiustamento tecnico chiave: il governo non avrebbe potuto
dare il via libera “a scapito delle eccellenze delle nostre
produzioni”, è stata la sottolineatura di Meloni nel ribadire di
non aver mai avuto “una preclusione ideologica”.

A rassicurare Roma, anche le concessioni incassate nelle ultime settimane: un
fondo di compensazione da 6,3 miliardi di euro, il rafforzamento
dei controlli fitosanitari, l’impegno a non aumentare i prezzi
dei fertilizzanti e la possibilità di destinare altri 45
miliardi di euro del prossimo bilancio Ue alla Pac. Condizioni
salutate con favore anche dal vicepremier Antonio Tajani e dal
ministro Francesco Lollobrigida che, tuttavia, non hanno
convinto il Carroccio.

“Mi piacerebbe poter condividere l’ottimismo di Lollobrigida ma temo che i rischi siano ancora
superiori ai benefici”, ha gelato gli entusiasmi il senatore leghista Claudio Borghi.

Messo a segno il punto decisivo pur tra le resistenze
transalpine e l’annuncio di Varsavia di voler ricorrere alla
Corte di giustizia Ue, von der Leyen si prepara a volare ad
Asunción il 17 gennaio, forte della sponda di Berlino.

Da dove il cancelliere Friedrich Merz ha salutato l’intesa come “una
pietra miliare della politica commerciale europea”, capace di
offrire “un segnale di sovranità strategica”, pur ammonendo che
“venticinque anni di negoziati sono troppi” ed esortando
l’Europa a essere “più rapida in futuro”.

Il plauso sudamericano è stato invece pieno, a partire dal presidente brasiliano Luiz
Inácio Lula da Silva. Dopo anni di frustrazione, per i partner terremotati dalla dottrina Trump l’aggettivo che domina il racconto dell’accordo è uno soltanto: “storico”.

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