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Iran: Trump pronto all’intervento militare. Lo rivelano funzionari europei. La Farnesina: “Chi può vada via”

BRUXELLES – Funzionari europei hanno affermato che “un intervento militare statunitense” in Iran “appare probabile” e per uno dei due “potrebbe avvenire nelle prossime 24 ore”: lo scrive l’agenzia di stampa Reuters sul suo sito.

“Anche un funzionario israeliano – scrive sempre la Reuters – ha affermato che Trump sembra aver preso la decisione di intervenire, sebbene la portata e i tempi non siano ancora stati chiariti”. 

E’ in corso nella sala di crisi della Farnesina una riunione del ministro Antonio Tajani con dirigenti del ministero, della Difesa, della sicurezza italiana, con l’ambasciatrice d’Italia a Teheran e con gli ambasciatori nelle principali capitali interessate alla attuale crisi in Iran. La Farnesina – si legge in una nota – conferma l’indicazione di lasciare l’Iran ai cittadini italiani che possano farlo. 

Donald Trump si sente in “dovere” di dare seguito alle sue minacce contro l’Iran. Lo riporta Cnn citando alcune fonti della Casa Bianca, secondo le quali il presidente ha stabilito una “sua linea rossa e ora sente di dover fare qualcosa”. Le stesse fonti ritengono che Trump agirà quasi certamente ma non è ancora chiaro quale tipo di azione deciderà di intraprendere. Le valutazioni del presidente accompagnano quelle interne alla Casa Bianca, dove all’esame ci sono i rischi di un eventuale attacco. 

L’Iran ha avvertito i paesi vicini che colpirà le basi statunitensi come rappresaglia per eventuali attacchi da parte di Washington. Lo riporta Reuters online citando funzionari iraniani. Teheran, spiega la fonte, ha comunicato ai paesi della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi saranno attaccate se gli Stati Uniti prenderanno di mira l’Iran chiedendo a questi paesi di impedire a Washington di attaccare l’Iran. 

E gli Stati Uniti stanno ritirando parte del personale da alcune basi chiave in Medio Oriente a titolo precauzionale a causa dell’aumento delle tensioni nell’area. Lo afferma un funzionario dell’amministrazione americana con Reuters. Lo spostamento segue la minaccia iraniana di colpire basi americane nella regione in caso di un attacco di Washington. 

L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in cui accusa Stati Uniti e Israele di avere una “responsabilità legale diretta e innegabile” per la morte di civili innocenti, in particolare giovani. Nella missiva, Iravani sostiene che la politica statunitense nei confronti dell’Iran sarebbe orientata a un cambio di regime attraverso sanzioni, minacce e disordini orchestrati, utilizzati come pretesto per un possibile intervento militare. Il contenuto della lettera è stato rilanciato dalla missione iraniana presso le Nazioni Unite sul social X.

Intanto l’agenzia di stampa Fars, affiliata allo Stato iraniano, ripresa da Cnn, afferma che è probabile che Internet rimanga disconnesso per le “prossime una o due settimane”. L’Iran è al sesto giorno di blackout nazionale di Internet, imposto dal regime per reprimere le proteste di massa antigovernative, anche se ieri alcuni utenti di telefoni fissi e cellulari sono riusciti per la prima volta a chiamare all’estero. 

Nella giornata di ieri il governo di Teheran ha consentito alcune telefonate verso l’estero e i media statali hanno diffuso elenchi di siti web ai quali è consentito l’accesso.

L’organizzazione per i diritti umani Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 2.571 persone dall’inizio delle proteste in Iran. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le vittime ci sarebbero 2.403 manifestanti, 147 persone affiliate al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non coinvolti nelle manifestazioni.

Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso processi rapidi per le persone arrestate durante le proteste. Lo ha riferito la televisione di Stato iraniana, citata dai media internazionali. Durante una visita a un carcere che ospita manifestanti detenuti, Ejei ha affermato che in presenza di reati gravi occorre agire rapidamente, aggiungendo che i processi dovrebbero svolgersi in pubblico. Le sue dichiarazioni sono state riportate anche dalle agenzie di stampa iraniane.

Sul piano internazionale, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha criticato l’Unione europea per l’attenzione riservata alla situazione in Iran, invitando i funzionari europei a concentrarsi invece sulla Groenlandia. Intervenendo a radio Sputnik, Zakharova ha sostenuto che l’Iran sarebbe diventato un pretesto per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica europea da altre questioni, tra cui quella della Groenlandia. In un altro passaggio, citato dall’agenzia Tass, la portavoce ha accusato l’Ue di sostenere apertamente le azioni antigovernative in Iran, definendole un tentativo di ribellione, mentre allo stesso tempo impone sanzioni e invoca il rispetto delle libertà di associazione e di riunione.

Secondo un rapporto diffuso oggi dall’organizzazione Porte Aperte, i cristiani in Iran subiscono una repressione pesante e sistematica. L’Iran si colloca al decimo posto nella classifica dei Paesi dove la persecuzione per motivi di fede è più elevata. In particolare, i cristiani convertiti sarebbero i più colpiti: le chiese domestiche vengono regolarmente perquisite e le operazioni sono spesso seguite da arresti, lunghe detenzioni e interrogatori, con accuse legate alla sicurezza nazionale.

Il dossier segnala che i detenuti vivono in condizioni igienico-sanitarie precarie e che le cauzioni richieste per la scarcerazione possono essere molto elevate. Anche dopo il rilascio, vengono imposte restrizioni severe, come l’esilio interno o l’autocensura. Le comunità cristiane storiche armene e assire, pur riconosciute dallo Stato, sarebbero trattate come cittadini di seconda classe e soggette a discriminazioni sul lavoro e nel diritto di famiglia. È inoltre vietato l’uso della lingua persiana nelle funzioni religiose e il coinvolgimento di persone di lingua persiana nelle attività ecclesiali.

Porte Aperte sottolinea inoltre che il conflitto con Israele avrebbe aggravato la pressione sui cristiani, spesso percepiti come vicini all’Occidente. Dopo il cessate il fuoco, almeno 54 cristiani sarebbero stati arrestati in 21 città con accuse di spionaggio. I media statali, si legge nel rapporto, avrebbero alimentato una narrativa che collega i cristiani evangelici ai servizi di intelligence stranieri, aumentando il rischio per l’intera comunità. Le chiese clandestine continuano a crescere, ma restano esposte a forti pericoli.

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