Iran, Khamenei: “I morti sono colpa di Trump”. Il Tycoon evoca il cambio di regime

WASHINGTON – L’affermazione di Donald Trump, secondo la quale le condanne a morte Iran sarebbero state fermate, sono “gelate” da Ali Khamenei, che conferma le esecuzioni, dando la colpa al presidente americano.
Di rimando, come in una ytragica partita a tennis, il presidente Usa torna a sfidare l’ayatollah, affermando: “E’ il momento di cercare una nuova leadership in Iran”, mentre dal dipartimento di Stato si era già chiarito che “tutte le opzioni restano sul tavolo” e che con gli Usa “non si scherza”.
La Guida suprema della Repubblica islamica tuona in occasione della festività dell’Eid al-Mab’ath: “Riteniamo il presidente degli Stati Uniti colpevole per le vittime, i danni e le calunnie da lui rivolte alla nazione iraniana”, afferma all’indomani di quella che sembrava una ‘apertura’ americana quando il presidente Usa aveva accolto con favore, perfino ringraziato, per le 800 impiccagioni fermate in Iran. Notizia data dalla Casa Bianca ma presto bollata dal procuratore di Teheran, Ali Salehi, come una “sciocchezza inutile” secondo i media anti-regime.
Si tratterebbe di un mero ritardo procedurale, secondo la ricostruzione, con Salehi che non ha lasciato molto spazio a dubbi nell’affermare invece che la risposta della magistratura ai manifestanti sarà “decisa, deterrente e rapida”. Del resto lo stesso Khamenei nel suo intervento ha tuonato senza indugi: le autorità “devono spezzare la schiena ai sediziosi”. Mentre continua la stretta sulla censura, se è vero, come suggeriscono attivisti iraniani specializzati in diritti digitali, che la leadership sta pianificando di abbandonare definitivamente la rete internet globale, consentendo la connessione online solo a individui controllati.
Il Guardian cita un rapporto di Filterwatch, un’organizzazione che monitora la censura di internet in Iran, secondo cui “è in corso un piano confidenziale per trasformare l’accesso a internet internazionale in un ‘privilegio governativo'”. In sostanza, gli iraniani in possesso di autorizzazione di sicurezza o che hanno superato i controlli governativi avrebbero accesso a una versione filtrata del web globale, ha affermato Amir Rashidi, leader di Filterwatch, mentre tutti gli altri iraniani avrebbero accesso solo al web nazionale: un internet domestico e parallelo, isolato dal resto del mondo. Il blocco di Internet in corso in Iran è uno degli strumenti fondamentali nel controllo e la repressione delle proteste: cominciato l’8 gennaio, è uno dei più gravi blocchi della storia.
“Adesso basta”, sembra dire Trump, da leader piccato più che da commander in chief, visto che dai media americani filtra l’esistenza di punti di vista divergenti all’interno dell’amministrazione Usa sulla certezza della caduta del regime che sarebbero all’origine del mancato ordine di attacco da parte di Trump: il Wall Street Journal scrive che il presidente martedì era incline a dare il via libera e aveva chiesto al Pentagono di prepararsi, ma l’ordine non è mai arrivato.
Khamenei lo chiama in causa direttamente quando afferma: “Il Presidente degli Stati Uniti ha inviato un messaggio ai sediziosi, affermando che li avrebbe sostenuti e avrebbe fornito supporto militare. In altre parole, il presidente degli Stati Uniti stesso è stato coinvolto nella sedizione. Si tratta di atti criminali”. Trump risponde a sua volta: Khamenei è “colpevole della completa distruzione del Paese e dell’uso di violenza a livelli mai visti prima”, sottolineando che affinché l’Iran continui a funzionare la “leadership dovrebbe concentrarsi sulla corretta gestione del Paese, come faccio io negli Stati Uniti, e non sull’uccisione di migliaia di persone per mantenere il controllo del Paese”.
Khamenei è un “uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese in modo appropriato e smetterla di uccidere persone. Il suo Paese è il peggior posto al mondo in cui vivere a causa della sua pessima leadership”.
