Maggio Musicale: successo per «Il castello di Barbablù» e «La voix humaine»

FIRENZE – Ha debuttato con vivo successo al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino oggi, domenica 14 marzo, il dittico formato da Il castello di Barbablù di Béla Bartók e La voix humaine di Francis Poulenc. Splendida prova dell’Orchestra del Maggio diretta dal giovane direttore ungherese Martin Rajna, classe 1995, ma non si direbbe, a giudicare dalla sicurezza, dall’incisività e dalla maturità interpretativa (è d’altronde il direttore principale dell’Hungarian State Opera di Budapest). È la prima volta che viene al Maggio e speriamo che non sia l’ultima.
Il Castello di Barbablù, anche grazie agli ottimi interpreti, il baritono austriaco Florian Boesch nel ruolo di Barbablù e il mezzosoprano tedesco Christel Loetzsch in quello di Judith, e al fascino di una scenografia che si compone gradualmente, in corrispondenza dell’apertura delle porte, risucchia l’attenzione della platea dall’inizio alla fine.
La lettura del regista Claus Guth non intende le porte in senso materiale (solo l’ultima è una vera porta), ma come metafore dei diversi stati d’animo e delle sfaccettature della personalità dei personaggi, vincendo la sfida di tradurre le immagini interiori in eventi teatrali. D’altronde Barbablù, già nel libretto, non è un brutale serial killer, ma è quasi costretto da Judit a rivelare cosa si nasconde dietro le sue “porte” e sotto il buio iniziale del suo castello; più chiede alla sposa di non fare domande, più lei lo incalza, fino a far uscire le tre donne precedenti (tre figuranti che già apparivano e scomparivano in scena), simboliche come Judit: l’alba, il meriggio, il tramonto, la notte (l’ultima sposa).
Da libretto, tutto dovrebbe scomparire in una notte eterna, anche Barbablù, ma il regista opta per un’altra soluzione, lasciando tutti in scena, in un finale sospeso che pure è d’effetto. Nella seconda parte si capisce perché Barbablù non deve sparire e perché, nella prima scena, sul proscenio si è intravista Anna Caterina Antonacci con gli abiti che ha all’inizio de La voix humaine.
Claus Guth esperisce difatti una lettura unitaria delle due opere, diversissime per epoca (1911 quella di Bartók e 1959 quella di Poulenc) e per stile, identificando evidentemente con un “Barbablù” anche l’uomo che sta dall’altra del filo del telefono di Elle, la protagonista abbandonata dopo cinque anni di convivenza. Anna Caterina Antonacci rende il personaggio con una recitazione intensa e raffinata; la mano dell’ottimo regista si sente sempre, ma il collegamento fra le due opere (effettuato anche usando come entr’acte, sui primi movimenti in scena di Elle, il bellissimo terzo movimento – Elegia – del concerto per orchestra di Bartók) e lo stravolgimento del finale non appaiono comunque felicissimi: il personaggio invisibile di La voix humaine è ben più scialbo e monocorde del complesso Barbablù e a far uscire dalla sua stanza Elle per andarlo a uccidere con una pistola fornita da una passata moglie si indebolisce la carica drammatica del personaggio, che deve finire sconfitto, disperato e solo, dopo aver perso il suo unico interesse al mondo. L’intento del regista è farle riprendere il sopravvento, ma una donna che uccide l’uomo che la lascia non ha nulla di femministico (anzi, si abbassa a fare quello che fa una percentuale ancora troppo alta di uomini; la reazione davvero “femminista” sarebbe ingollare il rospo e trovare altri interessi).
Il cambio di finale è comunque alla fin fine qui un dettaglio secondario, che non ha turbato il pubblico come il troppo chiacchierato cambio di finale della Carmen di qualche anno fa. Nessuna contestazione a fine spettacolo e applausi per tutti, con molti commenti positivi all’uscita: Il castello di Barbablù ha giustamente colpito e stregato gli spettatori.
Solo due le repliche di questo dittico da non perdere: mercoledì 18 marzo alle 20 e domenica 22 marzo alle 15.30; biglietti in vendita senza sovrapprezzo anche direttamente sul sito del Teatro del Maggio

