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Tregua vacilla: Israele non molla sul Libano. Trump: “Scaramucce”. Teheran: “Richiudiamo Hormuz e disertiamo i colloqui”

WASHINGTON (USA) – L’appuntamento al tavolo di pace a Islamabad (Pakistan) è per sabato 11 aprile. Ma la tregua annunciata da Trump vacilla. Segnali allarmanti sono arrivati dal fronte libanese, dove Israele ha lanciato quella che ha definito “la più grossa ondata di raid su Hezbollah”, mettendo a ferro e fuoco Beirut e provocando centinaia di vittime, tra morti e feriti.

Il presidente americano ha derubricato questa escalation ad una “scaramuccia” che non ha nulla a che fare con il negoziato generale ed ha deciso di inviare Jd Vance in Pakistan, ma Teheran ha subito minacciato di non presentarsi ai colloqui e di richiudere Hormuz se l’Idf continuerà a colpire in Libano: la fragile impalcatura costruita dalla diplomazia rischia così di crollare.

Trump, dopo aver annunciato lo stop temporaneo ai bombardamenti sull’Iran, a meno di due ore dallo scadere dell’ultimatum, ha motivato la sua decisione sostenendo che si è arrivati ad un “punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine con l’Iran”, che potrà essere “finalizzato nelle prossime due settimane”.

Il cessate il fuoco “rispetta i principi generali dell’Iran”, sono state le parole del presidente Masoud Pezeshkian, che hanno confermato una prima svolta nel conflitto, con il plauso di tutta la comunità internazionale e la bollinatura dei mercati: Borse in volata e petrolio in caduta libera, sui 90 dollari al barile. La condizione degli Usa per accettare la tregua era lo sblocco di Hormuz da parte dei Pasdaran e MarineTraffic ha segnalato i transiti, con un flusso confermato in crescita dalla Casa Bianca: la versione iraniana è che il passaggio sicuro sarà possibile ma solo con il coordinamento e l’autorizzazione delle sue forze armate.

Anche se, in una giornata convulsa, alcuni media iraniani avevano parlato di un nuovo blocco, in rappresaglia contro i raid dell’Idf in Libano. Riguardo al perimetro del negoziato filtra ancora confusione, perché le due parti continuano a porre come riferimento le rispettive bozze, i 15 punti degli americani ed i 10 punti degli iraniani.

C’è incertezza anche sui temi, perchè se Trump ha assicurato che gli ayatollah rinunceranno all’arricchimento dell’uranio, il documento degli ayatollah in lingua farsi menziona come condizione “l’accettazione dell’arricchimento” per il loro programma nucleare. Sembra invece più semplice il percorso sulla revoca delle sanzioni. Il tycoon ha affermato che si continuerà a discutere della loro “riduzione”, ma allo stesso tempo ha minacciato “dazi immediati al 50%” per i Paesi che forniranno armi al regime. In ogni caso il prossimo passo dovrebbe essere l’avvio del primo round di colloqui.

La Casa Bianca ha annunciato che sabato Jd Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner voleranno a Islamabad, mentre media iraniani hanno fatto sapere che il capo negoziatore della Repubblica islamica sarà lo speaker del parlamento Bagher Ghalibaf. Ma anche l’appuntamento in Pakistan rischia di saltare a causa delle notizie che arrivano dal Libano. Il governo israeliano, che secondo il Wsj è stato informato all’ultimo minuto dell’accordo Usa-Iran, non prendendola bene, ha deciso di sferrare l’attacco più duro su Hezbollah dall’inizio della guerra nel Golfo, prendendo di mira il sud del Paese e Beirut.

Un’operazione “a sorpresa”, denominata ‘Oscurità eterna’, contro “centinaia di terroristi”, ha annunciato il ministro della Difesa Israel Katz. Una pioggia di fuoco, cento raid in pochi minuti, che hanno devastato la capitale, scatenando le proteste del premier Nawaf Salam che ha denunciato una “strage di civili”. Il bilancio complessivo delle vittime, in continuo aggiornamento, è di centinaia di morti e oltre mille feriti, con “scene apocalittiche” descritte dai testimoni.

Secondo il Pakistan l’accordo di tregua comprendeva anche il Libano, ma Trump e Netanyahu hanno sostenuto che non fosse così. Il blitz dell’Idf ha provocato la protesta dell’Iran, alleato di Hezbollah, che ora sta rivalutando le sue opzioni: oltre a disertare i colloqui in Pakistan, sul tavolo anche l’ipotesi di sigillare Hormuz o riprendere i raid contro lo Stato ebraico. Contro questa escalation sono intervenuti i leader europei, inclusa Giorgia Meloni, e del Canada, che in una nota congiunta hanno lanciato un appello “a tutte le parti ad attuare il cessate il fuoco anche in Libano”.

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