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Elezioni in Ungheria: Magyar vince e fa svoltare il Paese. Sconfitto il “dictator” Orban, sostenitore di Putin

Viktor Orban ha riconosciuto la sconfitta. Peter Magyar è il nuovo leader dell’Ungheria. Il sottopassaggio di piazza Batthyany si era intasato prima ancora che arrivino i numeri. La folla premeva, si accalcava, riempieva ogni spazio fino quasi a fermare la città. Sul Danubio rimbalzavano le urla dei sostenitori di Peter Magyar: soffia “il vento della primavera”. Poi arrivano i dati, e non lasciano più spazio ai dubbi. L’ex adepto ha superato il maestro Viktor Orban, spezzando la sua lunga stagione di potere.

Una vittoria netta, quella di Magyar, proiettata verso la maggioranza assoluta, che segna l’inizio di un’altra Ungheria. A legittimarla è un’affluenza monstre: quasi l’80% degli elettori, oltre il dato già alto del 2022 e persino sopra il 1990, le prime elezioni libere dopo la caduta del Muro. Un segnale politico forte, che ha premiato il leader di Tisza e inflitto il colpo decisivo al premier della “democrazia illiberale”.

“Orban si è congratulato per la nostra vittoria”, ha scritto lo sfidante su Facebook, usando poche parole per sigillare un’era che si chiude. “Un risultato chiaro e doloroso”, ammette il premier magiaro che promette di “continuare a servire il Paese dalle file dell’opposizione”. La giornata elettorale a Budapest si apre presto, con una luce ancora fredda sui marciapiedi e file che iniziano a formarsi prima ancora che i seggi entrino a regime. In tutto il Paese il voto ha preso subito il ritmo di una mobilitazione fuori scala: code ordinate davanti alle scuole, ingressi rallentati, volontari a distribuire indicazioni.

MAGYAR – Peter Magyar, il nuovo “capo” dell’Ungheria, promette di sbloccare i fondi Ue, di rilanciare l’economia, di lottare contro la corruzione e ridurre la dipendenza dalla Russia, ma senza strappi. Intorno a lui restano le ombre di accuse personali e dubbi mai del tutto dissolti. Eppure il suo punto di forza è stato il tempismo: è arrivato al cospetto di un’Ungheria pronta a voltare pagina.

Appesa nella sua stanza da bambino c’era una foto di Viktor Orban. Non l’avversario che ha dominato l’Ungheria per sedici anni, ma il giovane avvocato che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, simbolo di una stagione che prometteva libertà e futuro. Peter Magyar aveva nove anni quando il comunismo crollò. Oggi è lui a cambiare il corso del Paese, a spezzare l’uomo forte di Budapest, portando a compimento una sfida che fino a poco tempo – nelle stesse parole dei tanti sostenitori della neonata galassia di Tisza – sembrava impossibile. Il trionfo gli consegna il futuro di un Paese che dovrà tornare, ha scandito alla vigilia dell’ora decisiva, “uno Stato di diritto democratico”.

Nato nel 1981, sotto il segno dei Pesci, in una famiglia di giuristi – madre giudice dell’Alta Corte, nonno tra le figure dello Stato -, Magyar è cresciuto dentro l’élite magiara studiando legge all’Università cattolica di Budapest, una delle fucine del conservatorismo. Credente convinto, ex adepto di Fidesz, underdog nato dalla costola del potere di cui ha presto assorbito linguaggio e regole. Tanto da sfidarlo e, infine, batterlo.

ORBAN – “Hello, dictator!”. L’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker lo accolse così davanti alle telecamere del vertice di Riga nel 2015. Una pacca sulla spalla, una battuta lasciata scivolare tra i sorrisi di rito e la raffica dei flash dei fotografi. Abbastanza per diventare l’etichetta che da allora accompagna Viktor Orban come un’ombra, sintesi della parabola che dall’entusiasmo liberale lo ha portato al centro delle fratture europee. Il suo sistema ha retto per anni. Le campagne, serbatoio fedele, gli hanno garantito stabilità, mantenendo a distanza un’opposizione frammentata.

Poi la crepa: prima nelle città, quindi lungo le periferie. La sfida dell’ex discepolo Perer Magyar ha rotto l’equilibrio dall’interno, trasformando l’invincibilità in vulnerabilità. Fino al canto del cigno del comizio finale, quando Orban ha promesso di non fermarsi “nemmeno davanti all’inferno”. Eppure, all’esito del voto, l’uomo forte di Budapest si è ritrovato sotto assedio. Dal trionfo alla trincea, costretto per la prima volta a fare i conti con la sconfitta. La sua storia corre parallela a quella dell’Ungheria post-comunista.

Nato il 31 maggio 1963 a Szekesfehervar, la città dei re, in una famiglia modesta e lontana dai palazzi del potere che un giorno avrebbe dominato, studia legge negli anni in cui il regime dell’Urss schricchiola. Nel 1989 è tra i volti della nuova era: jeans, capelli lunghi, occhi spregiudicati. Quando il 16 giugno sale sul palco in piazza degli Eroi e chiede il ritiro delle truppe sovietiche, nasce il primo Orban, quello che parla con un vocabolario ancora europeo.

Poi la sua casa politica cambia natura, assume i lineamenti di una forza nazional-conservatrice: non un aggiustamento, ma una rifondazione che anticipa la sua cifra sovranista. Poi però arriva la sconfitta che brucia: perde di misura contro il socialista Peter Medgyessy, meno di due punti di scarto che non metabolizzerà mai davvero, rivendicando da subito il ritorno. L’occasione si presenta nel 2010, battendo Gordon Bajnai con una maggioranza schiacciante che non lo abbandonerà per i successivi tre lustri.

Da lì costruisce la sua versione di “Stato illiberale”, nelle parole usate da lui stesso il 26 luglio 2014 in Romania, con una nuova Costituzione, più poteri all’esecutivo, equilibri istituzionali e mediatici ridisegnati. Per Bruxelles è il guastatore, la spina nel fianco capace di bloccare dossier e decisioni all’unanimità con cadenza regolare. Agli occhi dei suoi sostenitori è l’uomo che ha restituito identità e protezione a un Paese che si sentiva ai margini. Dopo l’uscita di scena di Angela Merkel (l’eterna nemica su stato di diritto e migranti) in Germania, diventa il leader più longevo dell’Ue.

L’addio al Ppe, nel 2021, ufficializzato prima che fosse il partito a cacciarlo, fa saltare ogni schema. Da allora il terzo Viktor si muove come un battitore libero: amico e sostenitore di Putin. Al punto di mettere il veto agli aiuti comunitari all’Ucraina. Putin perde una spalla. L’Europa, questo è l’augurio anche di Ursula Von der Leyen, trova nuova linfa a Budapest.



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