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Campobasso, madre e figlia morte avvelenate: indagini concentrate su tensioni familiari. Ipotesi ricina sciolta nell’acqua

Le vittime Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita

CAMPOBASSO – Ci sarebbero anche alcune tensioni familiari, tra una delle vittime e una parente, al centro delle indagini che la squadra Mobile di Campobasso sta conducendo ormai da mesi sulla morte di Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, morte avvelenate con la ricina a dicembre 2025. Gli inquirenti starebbero scandagliando anche le vite private delle persone coinvolte, alla ricerca di eventuali relazioni sentimentali passate. Proseguono senza sosta in Questura a Campobasso gli interrogatori di persone informate dei fatti, amici e parenti delle vittime.

La procura di Larino ha
inoltre affidato un nuovo incarico al Centro Antiveleni di Pavia sul
caso delle due donne di Pietracatella. Dopo la trasferta della procuratrice
Elvira Antonelli, che martedì si è recata personalmente al
Maugeri, arriva da fonti ufficiali la conferma della nuova
consulenza richiesta sul caso. I nuovi approfondimenti richiesti riguarderebbero il sangue delle persone coinvolte nella vicenda. 

La nuova consulenza affidata
al Maugeri di Pavia è la seconda che la Procura di Larino
richiede al Centro antiveleni diretto da Carlo Locatelli: il
primo lavoro, consegnato lo scorso 23 aprile, è quello che ha
consentito di scoprire la ricina nel sangue di Sara Di Vita e
Antonella Di Ielsi, morte subito
dopo Natale. Nelle 35 pagine della relazione viene spiegato
tutto il meticoloso lavoro svolto a Pavia, a partire dal primo
screening risalente ai primi giorni di gennaio, quando furono
ricercati circa 1300 agenti tossici tra farmaci, metalli,
pesticidi e tossine vegetali. Successivamente, la ricerca si è
allargata a sostanze meno comuni fino ad arrivare alla ricina.
Nella relazione Locatelli evidenzia anche che “nonostante i dati
disponibili in letteratura, le numerose variabili coinvolte non
consentono di attualmente di definire con precisione il numero
minimo di semi di ricino in grado di provocare tossicità
nell’uomo, ma che esistono solo ipotesi”.

La ricina potrebbe esser stata somministrata sciolta in acqua ad Antonella Di Ielsi, 50 anni e a sua figlia Sara Di Vita, di 15 anni: è un’ipotesi alla quale stanno lavorando gli inquirenti che indagano sul giallo di Pietracatella e che nei prossimi giorni torneranno nella casa dei Di Vita per un nuovo sopralluogo. Oltre all’analisi dei vetrini raccolti durante l’autopsia, ci saranno anche nuovi esami, forse, sugli avanzi dei pasti sequestrati dalla polizia scientifica. Ecco perché la procuratrice di Larinoche ha aperto il fascicolo per duplice omicidio ancora contro ignoti e il capo della squadra mobile di Campobasso, sono andati al centro antiveleni di Pavia che ha individuato la ricina nel sangue delle due donne. In quello di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, erano stati trovati frammenti proteici compatibili, ma non in modo definitivo, con la ricina. Potrebbe essere stato avvelenato anche lui, ma una conferma non ci sarà mai: con il passare del tempo, infatti, la tossina tende a scomparire dal sangue. 


Gilda Giusti

Redazione Firenze Post

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