PAVIA – I pm che accusano Andrea Sempio di aver ucciso Chiara Poggi sostengono che lui, amico del fratello, un ragazzo più giovane di lei di 7 anni che frequentava spesso la villetta di Garlasco, si sarebbe sentito dire un “no”. Un rifiuto che avrebbe provocato la reazione violenta.
Andrea Sempio avrebbe afferrato un oggetto per poi infierire su di lei. E a nulla sarebbero serviti i tentativi di difendersi: l’avrebbe colpita fino a farla cadere a terra priva di sensi, l’avrebbe trascinata fino alla porta che conduce in cantina. Là l’avrebbe fatta scivolare fino in fondo alle scale e l’avrebbe ancora colpita, a morte, nonostante “fosse già incosciente”.
E’ la nuova ricostruzione del delitto di Garlasco, una vicenda che a distanza di quasi 19 anni è ancora un rompicapo ma che la Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, ha riesaminato. Ha riavvolto il nastro delle indagini e ha passato in rassegna ogni elemento raccolto allora, per arrivare alla convinzione che la sentenza passata in giudicato con cui Alberto Stasi, l’allora fidanzato di Chiara, è stato condannato a 16 anni di carcere sia stata un “errore giudiziario”.
Più di un anno di accertamenti, con ripetizioni di quelli già effettuati in passato ma con tecniche un tempo inesistenti. Molto il materiale esaminato e in tanti casi degradato, non impronte fresche ma fotografie rispolverate dagli archivi, provette tirate fuori dal congelatore e una rilettura di intercettazioni, di tabulati e relazioni. A ciò si aggiunge qualche testimonianza inedita e affidabile tra le tante che si sono rivelate “bidoni”, al punto da portare a dragare un torrente o a tirare in ballo storie di messe sataniche, sesso e droga.
Tanta “spazzatura” dalla quale, di certo, è stato difficile districarsi e a cui si è aggiunto il peso del circo mediatico: da quando è stato riaperto il fascicolo non c’è stato giorno in cui in tv e sui blog non si sia parlato del Delitto, con la D maiuscola, di Garlasco. In tanti si sono improvvisati magistrati, investigatori, dattiloscopisti e genetisti, tecnici di qualunque settore pur di finire in tv o persino a teatro per guadagnarsi cinque minuti di notorietà. Uno spettacolo al quale si sono prestati anche alcuni avvocati pronti ad accapigliarsi o a sparare contro il loro bersaglio.
Uno show in cui non è stato tenuto conto del dolore di un padre e una madre che hanno perso una figlia, di un fratello a cui è stata ammazzata la sorella, e per dirla tutta anche di un condannato, Stasi, che si è sempre proclamato innocente, e di un indagato, Sempio, che si è sempre dichiarato estraneo e preoccupato di difendersi.
E’ un’accusa da ergastolo quella contenuta nell’invito a comparire, per rendere interrogatorio il 6 maggio, che gli è stato notificato ieri: omicidio aggravato da sevizie per l’efferatezza con cui l’ha aggredita e l’ha fatta morire: 12 ferite inferte con un’arma non ancora individuata, 12 colpi tra cui gli ultimi, quelli mortali, in fondo alle scale. E poi i motivi abietti “riconducibili all’odio per la vittima” per via del “rifiuto” a un ipotizzato “approccio sessuale”.
“Un movente fantasmagorico”, “assurdo”, di cui il 38enne, commesso in un negozio di telefonia, non riesce a capacitarsi. “Io non la frequentavo, non la vedevo quasi mai”, ha ripetuto, perché quando andava a casa Poggi lei molto spesso “era al lavoro”.
I genitori di Chiara ancora una volta preferiscono il silenzio, mentre uno dei loro consulenti, Dario Redaelli, parla di una ricostruzione “non compatibile con la scena del crimine documentata dai sopralluoghi degli investigatori” che sono intervenuti nell’immediatezza del delitto.
“Si parla di corpo spinto sulle scale della cantina – porta ad esempio il tecnico – ma sui primi due gradini ci sono presenti solamente gocciolature, nessuna traccia da trascinamento”. Per avere, comunque, un quadro preciso di come sia stato possibile riformulare l’incolpazione sarà necessario leggere gli atti che, tra non molto, verranno depositati con la chiusura dell’indagine.
“Appena ci sarà la discovery, leggeremo tutto e presenteremo richiesta di revisione del processo”, dice Giada Bocellari, da sempre il legale di Stasi, il condannato che oggi i pubblici ministeri, in un certo qual modo, hanno scagionato.
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