Vent’anni fa Italia campione del mondo a Berlino. Decisivo il rigore di Fabio Grosso, nuovo allenatore della Fiorentina

Oggi, 9 luglio 2026, Fabio Grosso si presenta come nuovo allenatore della Fiorentina. Se riuscirà a rilanciare una squadra uscita assai malmessa dalla passata stagione, ancora non si può sapere. E’ storia, invece, quello che Grosso fece vent’anni fa in questa stessa data, ossia 9 luglio 2006: con il suo ultimo rigore contro la Francia, Lippi e la panchina azzurra corsero in campo ad abbracciarlo. E l’Italia alzò la sua quarta Coppa del mondo.
Intanto si gioca il terzo Mondiale senza l’Italia. Si giocano i quarti di finale. Occhi puntati su Francia-Marocco. E’ un confronto sociale, vista la storia che va oltre il pallone. L’Italia del calcio passa la sua peggior estate. Più che per il caldo, per un ricordo che ti gela dentro: tanto più è bello, quanto più fa
male.
“Io quel rigore e quel giorno lo porterò sempre dentro di me”, ha ripetuto Fabio Grosso autore del gol vittoria sotto la curva dei francesi, all’OlympiaStadion di Berlino, confermando il suo DNA: un italiano come tutti gli altri. Vent’anni e nel mezzo un trionfo in Europa, firemato da Mancini che aveva accanto il compagno di sempre, Gianluca Vialli. Che poco dopo se ne andò. Vent’anni che hanno cambiato il mondo, il calcio e la stessa fisionomia dei protagonisti, più grigi e rotondi.
Da Grosso, allenatore della Fiorentina tutto da scoprire, a Cannavaro ct dell’Uzbekistan che non ha avuto fortuna ai Mondiali 2026, la generazione di campioni ha intrapreso la strada del maestro Marcello Lippi, che oggi vive lontano dai frastuoni del declino azzurro, tra la sua Viareggio e il buen retiro di Ibiza: fanno gli allenatori, cercando di mettere a frutto la lezione dell’ultimo ct azzurro campione del mondo.
Quella strada l’hanno percorsa anche De Rossi, Pirlo con alterne fortune, Camoranesi tra Messico e Cipro, Pippo Inzaghi, Gattuso divenuto sfortunatamente anche ct, o Simone Barone, l’uomo dei 60 metri corsi inutilmente ad aspettare il passaggio di Inzaghi (poi in gol) al 90′ di Italia-Repubblica Ceca, che ora – scherzi del destino – fa il secondo nello staff di Davide
Nicola.
Vicino alla nazionale e’ rimasto Buffon, team manager fino alla notte nera di Zenica, in Bosnia. Del Piero ha preferito la vita del commentatore tv, Toni quella dell’opinionista social, Perrotta di dirigente del sindacato calciatori, così come Zambrotta, diviso tra il settore giovanile Figc e la sua scuola calcio. E poi c’e’ Materazzi, l’uomo del pari in finale con la Francia e della testata ricevuta da Zidane: qualche comparsata tv, gli esercizi commerciali a Perugia, i progetti con l’Inter.
Pochi hanno intrapreso la strada di procuratori: Cristian Zaccardo e, senza arrivare a prendere il patentino, Francesco Totti, tra tutti i Campioni di Berlino il personaggio ancora in cerca di autore. Resta legato al gruppo il medico di quella Italia d’acciaio, Enrico Castellacci, che col fisio Aldo Esposito ha seguito Cannavaro a Samarcanda. Non ci sono più Gigi Riva, monumentale team manager di quella nazionale, morto 2 anni fa, e Pietro Lombardi, il mitico magazziniere 92enne che i giocatori chiamavano ‘spazzolino’ e che alla sua morte ha ricevuto in dono, nella bara, la medaglia d’oro da De Rossi.
Paradossalmente, quel gruppo così forte si è smarrito, oltre ad aver disperso il patrimonio calcistico nei successivi anni di crisi e involuzioni.
“Il mio rammarico da capitano e che dopo la festa al Circo Massimo, tornammo in albergo, ci
salutammo e non ci siamo piu’ visti..”, ha confessato qualche tempo fa Cannavaro. “Da capitano, avrei dovuto radunare tutti qualche volta in piu'”. L’ultima, a dire il vero, circa un anno fa, per una festa a sorpresa a un Lippi affaticato dal tempo.
“Ma i campioni dell’82 sono molto piu’ uniti di noi”, ha ammesso Toni. Forse gia’ li’ c’era il segno di un’impresa straordinaria, e per questo unica. Senza eredità. Diversi campioni di quella notte a Berlino hanno aperto Academy calcistiche. Ma il talento non si trasmette per contatto visivo o per nome. “Oggi, più che in quella notte, mi rendo conto di cosa abbiamo fatto – ripete spesso Cannavaro – Allora, l’euforia e l’incoscienza ci hanno dato una scarica. Solo dopo abbiamo realizzato: avevamo reso felice un popolo intero, e da semplici calciatori eravamo diventati leggende”. Con tutti i rischi di un ventennio passato
a guardare indietro come eravamo.
Di Fabio Grosso, terzino umile ma preciso dal dischetto, l’ultima immagine, il gesto tecnico, il rigore trasformato, prima del trionfo. Oggi sarà quasi costretto a ricordarlo, Fabio Grosso, quel rigore che fece scendere nelle piazze un’Italia festosa e rimbombante di clacson. Magari faccia una cosa: nel ritiro pre campionato, nell’afa del Viola Park, sveli ai suoi nuovi giocatori come si fa a restare freddi, anche se il cuore è caldissimo, nel momento cruciale della propria vita sportiva. Quel momento che, come ha rivelato, “porterà sempre con sé”.
