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Firenze, Crocifisso di Santo Spirito: New York Times invita a visitare il ‘capolavoro dimenticato’ di Michelangelo

Il Crocifisso della Sagrestia di Santo Spirito, attribuito a Michelangelo (foto Wikipedia)

Il quotidiano americano “New York Times” dedica un lungo reportage all’opera lignea attribuita al giovane Buonarroti esposta nella sagrestia della basilica fiorentina di Santo Spirito, invitando i visitatori ad andare oltre il David per scoprire uno dei tesori più intimi del Rinascimento.

È sicuramente un’opera che molti turisti ignorano durante la loro visita a Firenze, ma considerato quanto sia piccolo l’ambiente, forse non è del tutto negativa la sua mancata inclusione nelle rotte del turismo di massa.

Con un ampio reportage pubblicato nelle pagine culturali e firmato da Zachary Fine, il quotidiano statunitense accende i riflettori su quella che definisce “Michelangelo’s Forgotten Renaissance Masterpiece”, il capolavoro rinascimentale dimenticato di Michelangelo. Il sottotitolo è un vero e proprio invito ai viaggiatori: “Stanchi del David? Attraversare Firenze per vedere il piccolo Crocifisso di Santo Spirito, una tenera visione scolpita nel legno, è una delle migliori decisioni che possiate prendere nel vostro viaggio dedicato all’arte”.

L’articolo racconta la storia di un’opera straordinaria (storia comunque nota a chiunque abbia fatto la fatica di leggere almeno la voce di Wikipedia), realizzata intorno al 1493 quando Michelangelo aveva appena diciotto anni. Un Cristo scolpito nel legno di tiglio che, secondo gli studiosi, rappresenta probabilmente l’unica scultura lignea sicuramente attribuibile all’artista. Il reportage ripercorre anche la vicenda della sua riscoperta.

Era il 1962 quando la storica dell’arte tedesca Margrit Lisner, impegnata in una ricerca sui crocifissi toscani, entrò nella Basilica di Santo Spirito. Il priore agostiniano Guido Balestri le mostrò un crocifisso conservato negli ambienti del convento. Bastò uno sguardo per comprendere che si trovava davanti a un’opera di Michelangelo, fino ad allora dimenticata. Da quella intuizione presero avvio gli studi che avrebbero restituito il Crocifisso alla storia dell’arte e al suo autore.

Il “New York Times” ricorda come il Crocifisso sia strettamente legato agli anni della formazione dell’artista. Grazie ai rapporti tra i Medici e il convento di Santo Spirito, il giovane Buonarroti poté alloggiare nel monastero e studiare l’anatomia umana attraverso la dissezione dei cadaveri custoditi nell’infermeria, una pratica allora eccezionale. In segno di gratitudine verso il priore Niccolò di Giovanna, Michelangelo scolpì un Crocifisso destinato all’altare maggiore della basilica. Proprio quelle conoscenze anatomiche emergono nella resa del corpo di Cristo, osservato con uno sguardo scientifico ma interpretato con profonda sensibilità artistica.

Quel che forse il “New York Times” forse ignora è che sono innumerevoli, a Firenze, i capolavori dimenticati dal turismo di massa e che i viaggi organizzati prevedono, giustappunto, soste brevissime solo a vedere le due o tre opere più famose (il David di Michelangelo, la Nascita di Venere e la Primavera del Botticelli…) e via, a predare un selfie al Colosseo o sul Canal Grande.

Considerata la delicatezza delle opere e la scarsa protezione che hanno quelle ancora conservate nelle chiese e nelle sagrestie, forse non è un male che restino meta di un turismo più acculturato e meno numeroso; e già, come mostra anche la foto della voce di Wikipedia dedicata alla stessa Sagrestia di Santo Spirito (che, ricordiamo, è anche luogo di culto molto attivo in una delle poche zone del centro che abbia ancora un po’ di residenti autoctoni, e dunque non può essere aperta per le visite con gli stessi orari degli Uffizi o dell’Accademia), le comitive non è che manchino neanche lì.

La Sagrestia di Santo Spirito (foto Wikipedia)

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