Secondo le intenzioni di Papa Francesco nell'indizione del Giubileo

Firenze, omelia di Betori nella messa di mezzogiorno di Natale: «Diamo umanità nella culla dell’umanesimo»

di Giuseppe Card. Betori - - Cronaca, Cultura, Economia

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Il cardinale Giuseppe Betori

Il cardinale Giuseppe Betori

FIRENZE – Ecco l’omelia, che pubblichiamo integralmente, pronunciata dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, durante la messa di mezzogiorno del 25 dicembre 2015.

«Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, “ricco di misericordia” (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio» (Papa Francesco,Misericordiae Vultus. Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, 11 aprile 2015, n. 1). La parole con cui Papa Francesco apre la Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia rappresentano una precisa chiave di lettura del mistero del Natale. Il farsi uomo del Figlio di Dio altro non è che il gesto con cui Dio Padre mostra la profondità del suo amore misericordioso verso l’umanità.

È questa la buona notizia di cui ci ha parlato il libro di Isaia, l’annuncio di salvezza di cui è portatore il «messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7). Quella che viene annunciata è la pace di Dio, la sua volontà di pace verso l’umanità infedele, un’umanità che ha svenduto la propria identità e ha bisogno di essere riacquistata, di essere sollevata dalla miseria in cui giace. Per questo il profeta invita ad esultare: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato il Gerusalemme» (Is 52,9).

Proclamerà Zaccaria alla nascita del figlio Giovanni: «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79). Il sole che sorge non è quello delle stagioni umane, che si ripetono uguali nel tempo nel loro ritmo naturale, ma una luce che squarcia le tenebre dei cuori e imprime alla storia un impulso di perenne novità, perché attinge alla vita sempre nuova di Dio. Questo sole che splende della misericordia di Dio si colora di tenerezza, quella che illumina il volto di un bambino, il Bambino di Betlemme. L’amore di Dio è un amore esigente, ma non ha le rigide e aride sembianze delle norme di una legge, ma quelle tenere e dolci di chi si abbandona alla tua premura, come un bambino, appunto, il sentimento di gioia che si sprigiona da una parola d’amore, qual è una vita che sboccia.

Questo carattere tenero della misericordia di Dio, che si rivela in modo particolare nel Natale, sta a cuore al nostro Papa Francesco, che così lo sottolinea nell’indizione del Giubileo: «La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono» (Misericordiae Vultus, 6). Si tratta di un atteggiamento che ha forti conseguenze per noi, in quanto la misericordia di Dio verso di noi è il modello della misericordia con cui dobbiamo volgerci verso gli altri. Per usare ancora le parole di Papa Francesco: «Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio! A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi» (Misericordiae Vultus, 5).

Ma il volto del Bambino di Betlemme, prima apparizione del “Volto della Misericordia” del Padre, ha anche i caratteri della povertà. Il Dio che viene in mezzo a noi assume la condizione dei poveri, messi ai margini e in situazione di precarietà. È ai poveri dunque che è rivolta anzitutto la misericordia di Dio di cui dobbiamo farci tramite, come ricorda ancora il Papa nella sua lettera Misericordiae Vultus: «Il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (n. 15). È un privilegio che egli ha ampiamente motivato nell’esortazione Evangelii gaudium: «Oggi e sempre, “i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo” [Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’incontro con i Vescovi del Brasile presso la Chiesa Cattedrale di San Paolo (11 maggio 2007)], e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli» (n. 48).

E sappiamo bene come questo richiamo per il Papa si traduce non solo nei gesti solidali della carità ma in quelli dell’impegno politico per una trasformazione della società che elimini l’inequità e abbia come fine l’inclusione sociale dei poveri.   Per entrare nel presepe di Gesù, occorre farsi poveri come i pastori e assumere l’impegno del dono come i magi. Chi resta arroccato nei propri privilegi ne risulta estromesso, come Erode.

Mistero di misericordia e tenerezza, mistero di povertà, il Natale è anche mistero di grazia e verità, come proclama il vangelo di Giovanni: «La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17). La nascita del Figlio di Dio fatto uomo è infatti rivelazione piena all’uomo della propria umanità e comunicazione di un dono di vita che ne permette la piena attuazione.

È questo un messaggio di particolare pregnanza oggi, a fonte delle confuse esitazioni in cui la cultura odierna si dibatte intorno a ciò che è propriamente umano e a quali risorse possa far ricorso l’umanità per dare risposta alle aspirazioni più profonde degli uomini e delle donne oggi. Perché proprio qui stanno gli interrogativi oggi più stringenti: quali delle aspirazioni che insorgono alla mente e al cuore, più o meno indotte da abili mistificazioni ideologiche, appartengono alla nostra vera natura e quali invece rischiano di condurci alla nostra negazione, ferendo il valore intangibile della persona e tradendo il bene comune? E ancora: a quali mezzi è lecito affidarci nella ricerca dei nostri obiettivi, senza che si giunga alla strumentalizzazione degli altri, allo scarto dei più deboli, alla perdita della nostra dignità?

Di fronte a questi angosciosi interrogativi – che toccano la vita nel suo sorgere e nel compimento naturale, le condizioni di rispetto e di presa in carico delle fragilità della persona, la possibilità di rendersi protagonisti nel mondo in un dignitoso lavoro, l’immagine intangibile della famiglia e del matrimonio, la cura delle nuove generazioni e il loro futuro – lo sguardo che possiamo rivolgere al Bambino di Betlemme ci illumina in modo decisivo. In lui possiamo riconoscere il vero volto non solo del Dio misericordioso, ma anche dell’umanità ricondotta alla sua sorgente e proiettata verso la sua pienezza. È il volto dell’amore che si fa dono di sé, dell’umiltà che si offre senza difese, della beatitudine raggiunta nella povertà, della speranza fondata sulla certezza della fedeltà di Dio.

Questo Natale della nostra vera umanità è quanto auguro di condividere a me, a tutti voi, alla nostra città di Firenze, che auspico sappia ricondursi alle radici più autentiche del proprio umanesimo, quello che il Papa, in questa chiesa, ci ha indicato nel volto dell’Ecce Homo che con la sua volontà di misericordia offre speranza a tutti nel Giudizio della nostra cupola».

 

 

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