Venerdì 15 gennaio, alle 15, i funerali della ragazza in Santo Spirito

Firenze, l’omicida di Ashley confessa ma si difende: «Abbiamo litigato, l’ho spinta… Non volevo ammazzarla»

di Redazione - - Cronaca, Primo piano

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La ricostruzione dell'omicidio di Ashley secondo la confessione di Diaw e per la procura di Firenze

La ricostruzione dell’omicidio di Ashley secondo la confessione di Diaw e secondo la procura di Firenze

FIRENZE – Si svolgeranno venerdì 15 gennaio alle 15 nella chiesa di Santo Spirito i funerali di Ashley Olsen, la 35enne statunitense uccisa nel suo monolocale di via Santa Monaca venerdì 8 gennaio. Il giovane senegalese Cheik Tidiane Diaw, 27 anni, irregolare in Italia e fermato per l’omicidio con «gravi indizi di colpevolezza» ha ammesso le sue responsabilità: «E’ vero abbiamo litigato, ma non volevo ammazzarla». Quando se ne è andato dal civico 3, dove la ragazza abitava, non credeva che Ashley fosse morta.

Così ha provato a difendersi, interrogato dagli inquirenti fino alle 4 di notte. Diaw ha risposto al procuratore capo Giuseppe Creazzo, ai pm Luca Turco e Giovanni Solinas, e agli investigatori della squadra mobile della questura per alcune ore. «Ha dato la sua versione dei fatti, che è sostanzialmente ammissiva – ha spiegato Creazzo in una conferenza stampa -. Ora aspettiamo la convalida del fermo».

Il 27enne non ha ucciso per un gioco erotico finito male, ha aggiunto il procuratore, ma in una lite finita malissimo «dopo un rapporto sessuale consenziente». «E’ possibile che i due protagonisti non fossero lucidi – ha aggiunto il procuratore -, aspettiamo gli esami tossicologici su Ashley; abbiamo elementi per pensare che avessero assunto sostanze che non li rendevano lucidi».

I due non sembra si conoscessero prima dell’incontro nel locale. Diaw ha ucciso Ashley per strangolamento, usando un oggetto ancora da stabilire (gli investigatori pensano a un laccio o a una catenina), ma le ha anche causato due fratture al cranio, di per sé sufficienti a ucciderla. La procura lo ha fermato per «pericolo di fuga», per la sua «elevata pericolosità sociale» che rende concreto il timore che «la condotta possa essere reiterata», e c’è anche l’aggravante della crudeltà. Se il senegalese fosse riuscito a rimpatriare, dicono gli inquirenti, difficilmente sarebbe stato preso.

Così è scattato il blitz a casa del fratello. Agli inquirenti ha raccontato della serata al Montecarla, dove c’erano Ashley e le amiche, e dove ci sarebbe stato consumo di alcol e cocaina. Serata proseguita a casa della 35enne americana. I due vengono visti entrare insieme verso le 7 dell’8 gennaio. Anche le telecamere in strada li hanno ripresi nel tragitto fino a via Santa Monaca, dove la donna abitava. Dopo il rapporto sessuale Diaw esce per comprare qualcosa, poi rientra. Lo conferma così: «Ho usato le chiavi di Ashley».

Ma quando è tornato al monolocale «c’è stato un litigio». «Vai via, può arrivare il mio fidanzato», gli avrebbe detto Ashley. E il senegalese avrebbe reagito: «Non sono un cane», quindi l’avrebbe spinta causandole le fratture alla testa e poi afferrandola per il collo con qualcosa.

Un omicidio d’impeto. «Quando me ne sono andato non credevo che fosse morta», si è difeso ancora Diaw. Il telefono rubato fa parte degli errori che hanno aiutato gli investigatori: Diaw infatti ha inserito una scheda sim nel telefono di Ashley, rendendolo tracciabile. Poi, altro errore, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere, domenica 10: è andato in questura per «dichiarazioni spontanee» fornendo un alibi fasullo.

Con uno stratagemma gli agenti gli hanno preso il dna, repertando un mozzicone di sigaretta e un bicchiere dove aveva bevuto. Materiale comparato con il dna trovato nel monolocale in un profilattico e una cicca di sigaretta prelevati nel bagno, e altro sotto le unghie di Ashley.

Il dna è stato decisivo per far scattare il fermo. Intanto nel pomeriggio del 14 gennaio i genitori della 35enne si sono raccolti alcune ore intorno alla salma della figlia, alle cappelle del commiato di Careggi. La tragedia di Ashley ha suscitato reazioni anche in politica. La prima è di Matteo Salvini (Ln) su Facebook: «Fermato un clandestino? Strano…». Roberto Calderoli sostiene che «se fosse stato espulso, non saremmo a piangere». La comunità dei senegalesi a Firenze invita, però, «a non cadere nelle provocazioni. Un fatto gravissimo – è la replica a Salvini – ma poteva succedere» a prescindere dalla nazionalità.

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Commenti (1)

  • Pierluigi

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    Meno male che le indagini sono andate a buon fine…………
    Il vecchio proverbio che dice fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, mi sembra molto appropriato.
    Dopo tutta la dovizia di particolari che sono stati diffusi, anche ufficialmente con la conferenza stampa, mi chiedo: ma il segreto istruttorio esiste ancora?

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