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Il commissario Luigi Calabresi e il giudice Mario Sossi

Anni spezzati, da Calabresi a Sossi

Il commissario Luigi Calabresi  e il giudice Mario Sossi
Il commissario Luigi Calabresi e il giudice Mario Sossi

A conclusione del primo episodio della fiction di Rai Uno «Anni spezzati» (Il Commissario) molti sono stati i commenti sui mass media e sul web. Chi ha plaudito alla ricostruzione, seppur parziale, degli eventi, chi l’ha condannata, soprattutto da sinistra, come un falso storico, chi ha espresso un giudizio fondato sui ricordi familiari come Mario Calabresi, figlio del commissario.

CRITICHE – Procediamo con ordine. Critiche sono venute anche da chi complessivamente ha espresso un giudizio favorevole all’operazione, che ha avuto l’indubbio merito di valorizzare la figura istituzionale e umana di Calabresi, pur semplificando oltremisura gli eventi narrati nella fiction.

MARIO CALABRESI – Su questo punto lo stesso Mario Calabresi, adesso Direttore de «La Stampa», rispondendo alle molte lettere ricevute, ha affermato: «Le fiction per loro natura semplificano tutto, tendono a stereotipare personaggi e situazioni e non saranno mai somiglianti ai ricordi che ognuno si porta dentro. Devo dire che, per quanto la complessità di quegli anni sia stata semplificata fino all’eccesso, la verità storica sulla figura di mio padre è stata rispettata». Dunque Mario ribadisce che la fiction, come aveva sostenuto anche Firenzepost, ha rispettato la verità storica del personaggio Calabresi, pur osservando giustamente che «un dettaglio, non insignificante, è stato stravolto: Luigi Calabresi nei giorni della strage di Piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli aveva solamente 32 anni. Era uno dei funzionari in assoluto più giovani della Questura, non uno dei vecchi esperti che spiegavano come va il mondo ai nuovi arrivati. Farlo interpretare da un attore cinquantenne cambia il senso della storia». E conclude: «Nelle scene finali lo si vede quasi rassegnato per un destino che sentiva scritto, un destino che sembrava mettere fine a una lunga vita. Invece nella realtà era consapevole del pericolo e spaventato, ma non rassegnato e non intenzionato a fuggire, ma soprattutto era un giovane padre che venne ucciso a soli 34 anni

ESTREMA SINISTRA – Completamente diversi i commenti di giornali e web soprattutto dell’estrema sinistra, che contestano la fiction, la quale – a loro dire – avrebbe mostrato, esasperandola, la violenza e la contestazione della sinistra, mentre avrebbe taciuto le trame della destra e dello Stato. Ecco due esempi eclatanti.

In Micromega del 9 gennaio, Christian Raimo nel suo articolo «Gli anni spezzati, la peggio fiction» afferma: «Più di tutto, è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica». Ovvero, se manca la prospettiva sociologica non esiste né arte né fiction.

E ancora sul Manifesto del 9 gennaio Andrea Colombo, nel suo articolo «Gli anni spezzati, la frase che manca» afferma: «il brutto film-tv dedicato da Raiuno al commissario Luigi Calabresi stupra la storia recente di questo Paese. Lo scopo del regista Graziano Diana non era problematizzare la figura della vittima: era santificare il martire». Sottolineando le bugie e le omissioni della fiction aggiunge: «Le innumerevoli bugie non furono smascherate da qualche ineccepibile servitore dello Stato ma da chi lo Stato combatteva. La montatura crollò sotto i colpi di un’opinione pubblica che, per la prima volta, si armava degli strumenti della controinformazione e della mobilitazione diffusa. La stessa campagna contro il commissario Calabresi non fu il frutto di una cannibalesca sete di linciaggio, fu il tentativo di ottenere una verità che il potere, futura vittima inclusa, intendeva a ogni costo celare. Di tutto questo nel film dell’Istituto Luce andato in onda su Raiuno non c’era traccia. Per questo non c’erano tracce né di storia né di verità».

Onore a Mario Calabresi, al suo commento rispettoso ed equilibrato, ma soprattutto al dolore suo e della sua famiglia. Non mi stupisce invece lo stravolgimento della realtà orchestrato da menti estremiste e da un fanatismo che ancora non si placa e non riconosce, neppure a distanza di tanti anni, che l’appello contro Calabresi firmato dagli 800 intellettuali e pubblicato dall’Espresso fu quanto meno un errore. E mi sconforta constatare che da una certa sinistra, ogniqualvolta si cerca di presentare una ricostruzione diversa da quella pubblicizzata dagli stessi protagonisti degli anni di piombo, si levino sempre e comunque voci di condanna, quasi a non voler riconoscere neppure a posteriori i misfatti che in quegli anni furono compiuti.

MARIO SOSSI – Stasera, 13 gennaio, va in onda la prima parte della seconda puntata di «Anni spezzati», dedicata alla vicenda del giudice Mario Sossi. Il contesto è quello della Genova degli anni ’70. Qui Sossi fa condannare i membri di una formazione di estrema sinistra: contro di lui si scatena una campagna d’odio e le Brigate Rosse decidono di rapirlo per rappresaglia proponendo poi allo Stato uno scambio di prigionieri. Si scatena così il dilemma tipico di queste situazioni: preoccuparsi solo di salvare una vita umana o rifiutarsi comunque di trattare per non legittimare i sequestratori? Una domanda angosciosa che dai palazzi del potere rimbalza e si diffonde sconvolgendo anche la vita delle persone comuni che ruotano attorno all’universo di Sossi.


Paolo Padoin

Già Prefetto di Firenze Mail

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