Il governo non ha rinnovato i segretari di bacino

Arno e Serchio, fiumi «orfani» che fanno paura

di Sandro Bennucci - - Cronaca, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento

La piena dell'Arno a Firenze

La piena dell’Arno a Firenze

Piove da tanti giorni. I fiumi sono gonfi. La terra è inzuppata. E le previsioni indicano perturbazioni in arrivo nelle prossime due settimane, come ha confermato  professor Giampiero Maracchi, climatologo e meteorologo del Cnr. A Firenze la gente ha cominciato il pellegrinaggio alle spallette dell’Arno per vedere se la piena cresce. Intendiamoci: la situazione è sotto controllo e il fiume si mantiene a livelli ancora non preoccupanti. Ma a quasi 48 anni dalla devastante alluvione del 1966, il batticuore della città cresce via via che aumenta la quantità d’acqua che attraversa le arcate dei ponti. Una psicosi? Chi non ha visto l’alluvione del 1966 può chiamarla anche così. Ma bisogna aggiungere  che, dal 1170, quasi ogni generazione di fiorentini ha visto un’alluvione. E le notizie che arrivano da Modena, con il modesto Secchia capace di devastare fabbriche e allevamenti, non incoraggiano a essere ottimisti.

Tuttavia, l’unico che fin qui sembra non preoccuparsi del destino dei fiumi toscani, l’Arno, certo, ma anche il Serchio, sembra il ministro dell’ambiente, Andrea Orlando. Che dal 23 dicembre li ha resi orfani. Nel senso che non ha provveduto a rinnovare gli incarichi ai due segretari delle autorità di bacino: rispettivamente Gaia Checcucci e Raffaello Nardi. Motivo? A quanto pare la voglia di dare far nascere grandi distretti interregionali. Arno e Serchio verrebbero affidati a un supersegretario che dovrebbe occuparsi anche dei fiumi liguri, di parte di quelli emiliani, umbri e marchigiani. Una sorta di “re sole”  che difficilmente potrebbe garantire attenzione, e richieste di finanziamenti, per un fiume come l’Arno che continua a minacciare Firenze e due terzi della Toscana. Dal 1966 è stato fatto poco per aumentare la sicurezza dalle grandi piene. Soprattutto è stato fatto pochissimo per tentare di  contenere, a monte di Firenze, quei 200 milioni di metri cubi d’acqua che (vedi piano di bacino del 1999) costituiscono il vero grande rischio. E’ vero che sono state avviate alcune casse d’espansione e che ci sono progetti (per esempio l’innalzamento della diga di Levane) ma è altrettanto vero che siamo di fronte, spesso, a idee folkloristiche come quella degli argini gonfiabili, proposta il 4 novembre scorso dall’assessorato all’ambiente della Regione. Chi ha visto con i propri occhi l’alluvione di 48 anni fa, sa bene che di fronte a una massa d’acqua di 4100 meti cubi al secondo non c’è argine che tenga, soprattutto se mobile.

Morale? Per Arno e Serchio serve un’autorità specifica, peraltro prevista dalla legge del 1989 sulla difesa del suolo, ancora in vigore. L’auspicio? Che la riunione del comitato istituzionale (Presidenza del consiglio, ministri dell’ambiente, delle infrastrutture, dell’agricoltura, dei beni culturali, Regione Toscana) fissata  per lunedì 27 gennaio, proceda al rinnovo della Checcucci e di Nardi. In modo che i progetti in cantiere per i due fiumi, sia pure insufficienti e con finanziamenti spesso non certi, possano comunque andare avanti. Facendo calare, almeno un po’, l’aritmia dei fiorentini che corrono alle spallette perchè  Maracchi ha detto che sono in arrivo altre forti piogge.

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Sandro Bennucci

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