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Strage di Natale: bomba sul Rapido 904 il 23 dicembre 1984. Trent’anni dopo, altre verità nascoste

strageC’era l’albero di Natale, in mezzo alla redazione. E, in un angolo, una cassetta di bottiglie e qualche panettone. C’era allegria, quella domenica sera 23 dicembre 1984, nella cronaca di Firenze de “La Nazione”. Un collega cercava un ristorante per cenare intorno alle 22. Un altro chiamava casa per rassicurare: fra poco torno. Improvvisamente arrivò una telefonata dalla stazione di Santa Maria Novella: un lettore voleva sapere perché i treni da Bologna stavano accumulando forti ritardi. Che nessuno sapeva, o voleva, spiegare. Pochi istanti dopo, chiamato al volo, un agente della Polfer, con la voce arrochita ci diceva: “C’è stata un’esplosione in galleria, vicino a Vernio. Non so molto, ma ci dovrebbero essere dei morti …”.

Pensieri natalizi e programmi festaioli vennero spazzati via. Si materializzò una notte d’emergenza e di lavoro. Mi chiesero di partire subito. Ero giovane: mi elettrizzai. Non sapevo che mi sarei trovato davanti a una strage. Appunto la strage di Natale sul rapido 904 Napoli-Milano: con quindici morti che sarebbero diventati diciassette nei giorni seguenti. Famiglie distrutte. Gente che voleva soltanto passare le vacanze a tavola con i parenti partiti dalla Campania per lavorare nelle fabbriche e negli uffici della Lombardia. Dopo il botto venne attivato il freno di emergenza: e il treno si fermò a circa 8 chilometri dall’ingresso sud e 10 da quello nord, in direzione di Bologna. I passeggeri erano spaventati, e a questo si affiancava il freddo dell’inverno appenninico. Il controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio, chiamò i soccorsi da un telefono di servizio della galleria e, sebbene ferito, sopravvisse all’esplosione.

I soccorsi ebbero difficoltà ad arrivare, dato che l’esplosione aveva danneggiato la linea elettrica e parte della tratta era isolata, inoltre il fumo dell’esplosione bloccava l’accesso dall’ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi, che impiegarono oltre un’ora e mezza ad arrivare. I primi veicoli di servizio arrivarono tra le venti e trenta e le ventuno: non sapevano cosa fosse successo, non avevano un contatto radio con il veicolo fermo e non disponevano di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. I soccorsi una volta sul posto parlarono di un “fortissimo odore di polvere da sparo”. Fu impiegata una locomotiva diesel-elettrica, guidata a vista nel tunnel, che fu per prima cosa usata per agganciare le carrozze di testa rimaste intatte, su cui furono caricati i feriti. Un solo medico era stato assegnato alla spedizione. L’uso della motrice Diesel rese però l’aria del tunnel irrespirabile, per cui servirono bombole di ossigeno per i passeggeri in attesa di soccorsi. Con l’aiuto della macchina di soccorso i feriti vennero portati alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, seguiti subito dopo dagli altri passeggeri.

Lo scenario che si presentò ai miei occhi era fatto di vagoni spezzati, carrozze insanguinate, pacchi regalo devastati dalle schegge. E bambole rotte: sì, perché lo scoppio aveva spezzato la vita anche a due bambine, fra la carrozza nove, dove su una griglia portapacchi era stato messo l’esplosivo, e la carrozza undici. Furono trovati residui di pentrite T4, nitroglicerina e tritolo. Anni dopo, il musicologo, giornalista e scrittore Leoncarlo Settimelli compose una canzone: Il sogno spezzato di Federica, dedicata a Federica Taglialatela, vittima dodicenne di quella sera. Il narratore, Daniele Biacchessi, racconta la strage sul rapido 904 nello spettacolo di teatro civile La storia e la memoria.

Chi era stato? Pier Luigi Vigna, in quegli anni procuratore capo di Firenze impegnato a far luce sui delitti del mostro, puntò il dito contro la mafia. In trent’anni ci sono stati processi e condanne per Pippo Calò e i suoi aiutanti Guido Cercola e Franco Di Agostino e l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn. Cercola si suicidò in carcere, a Sulmona, nel 2005: aveva usato i lacci delle scarpe per togliersi la vita. Più tardi, le indagini fecero capire che per far saltare il rapido 904 era stato usato “lo stesso esplosivo della strage di via D’Amelio” in cui morì il giudice Paolo Borsellino con la scorta, e “ci sono analogie riguardo ai materiali con la strage di Capaci e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze”, nonchè con i falliti attentati all’Addaura e allo stadio Olimpico di Roma. La mano della mafia era stata confermata. Non a caso, dopo trent’anni, per quella strage si sta celebrando il processo al capo dei capi: Totò Riina. In gennaio, a Firenze, sarà ascoltato uno che dovrebbe sapere molte cose: Giovanni Brusca. Intanto vorrei ricordare i nomi di quei 17 morti:

  • Giovanbattista Altobelli (51)
  • Anna Maria Brandi (26)
  • Angela Calvanese in De Simone (33)
  • Anna De Simone (9)
  • Giovanni De Simone (4)
  • Nicola De Simone (40)
  • Susanna Cavalli (22)
  • Lucia Cerrato (66)
  • Pier Francesco Leoni (23)
  • Luisella Matarazzo (25)
  • Carmine Moccia (30)
  • Valeria Moratello (22)
  • Maria Luigia Morini (45)
  • Federica Taglialatela (12)
  • Abramo Vastarella (29)
  • Gioacchino Taglialatela (50)
  • Giovanni Calabrò (67)

In redazione, i colleghi più anziani ricordavano l’Italicus, dieci anni prima, devastato da una bomba sulla stessa linea: ma più giù, a San Benedetto Val di Sambro. Lavorai tutta la notte. Le pagine de “La Nazione” vennero cambiate più volte e aggiornate con notizie sempre nuove, fino alle 6 di una grigia vigilia di Natale. A mezzogiorno uscì anche un’edizione straordinaria. Firmai il pezzo di prima pagina. E dopo due-tre ore di sonno ricominciai a lavorare. Perché quel 24 dicembre 1984 non facemmo festa. Il direttore, Piero Magi, decise di fare uscire il giornale anche per Natale. Tutti i giornali italiani uscirono. Era un dovere, in un’epoca dominata dalla carta stampata, e con il web ancora di là da venire, non far mancare l’informazione. Del resto, quello che avevo visto era stato capace di cancellare ogni traccia di clima gioioso. Anche il pranzo natalizio fu meno lieto del solito. Le figlie mi guardavano mentre raccontavo, con la faccia stanca e i capelli arruffati (allora li avevo …). Sembra ieri: sono passati trent’anni. Ma su quelle carrozze sventrate, su quelle vite spezzate e su quelle bambole rotte, restano verità ancora da scrivere.


Sandro Bennucci

Direttore del Firenze PostScrivi al Direttore

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