Sue alcune opere fondamentali per il diritto amministrativo

Addio Claudio Meoli, prefetto e amico fraterno. Esempio per i giovani nell’amministrazione pubblica

di Paolo Padoin - - Cronaca, il Blog di Paolo Padoin

Il prefetto Claudio Meoli

Sono passati pochi giorni da quando il mio fraterno amico, Claudio Meoli, ci ha lasciati, stroncato da una malattia che ha sopportato con serena tranquillità, consapevole di quello che l’aspettava. Molti quotidiani campani e alcune riviste ne hanno già tracciato il profilo professionale e scientifico, ma io voglio ricordarlo, sul nostro e vostro Firenze Post, attraverso i tanti episodi che ci hanno legato in oltre 40 anni di comune carriera prefettizia.

Era un uomo colto, buono, mite, generoso. E’ stato un esempio per tutti noi e soprattutto per i giovani, ai quali ha lasciato in eredità molti articoli, saggi e volumi su Ministero dell’Interno, prefetti e autonomie locali, che costituiscono un fondamento della dottrina in materia. Del resto Claudio è stato sempre un appassionato studioso, lo definivo un professore universitario prestato alla carriera prefettizia, anche se, oltre che perfezionare la teoria, ha sempre saputo risolvere tante situazioni pratiche e difficili quando è stato chiamato a dirigere prefetture importanti, come Salerno e Ancona.

Del resto la sua attitudine e passione per lo studio è dimostrata dalle tre lauree che ha conseguito (una in lettere) e dalla sua passione per le opere di Dino Campana, tanto che negli «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena», del 1981, fu pubblicato un suo saggio Dino Campana poeta orfico.

Con Claudio ci siamo conosciuti nel 1973 quando lui era Capo Gabinetto alla prefettura di Siena e io ero approdato a quella di Firenze, dopo un anno e mezzo trascorso ad Arezzo. Abbiamo legato subito, avevamo interessi comuni, eravamo entrambi giovani di belle speranze, animati dalla volontà di dare un positivo contributo allo sviluppo delle funzioni e della carriera che avevamo abbracciato e che ci aveva entusiasmato fin dall’inizio.
Ci sentivamo spesso per parlare delle vicende di attualità e dei problemi che allora vivevano le prefetture, subito dopo la riforma regionale che aveva rivoluzionato il quadro ordinamentale in periferia. Ci trovavamo ogni mercoledì a Firenze nella redazione della rivista Nuova Rassegna, della quale siamo diventati entrambi condirettori, indirizzati lì dal grande amico e indimenticato prefetto Antonio Lattarulo. Discutevamo insieme al mitico capo redattore, il Cav. Lenzi, i problemi dell’amministrazione locale, traendone poi una sintesi in apposita rubrica della rivista, da noi curata. Io arrivavo da casa con la mia bicicletta arancione, mentre Claudio giungeva sempre puntuale da Siena con la sua Alfasud nuova fiammante, sempre lustra (era pignolo anche in questo).
In quel periodo la Toscana era una fucina di giovani funzionari brillanti che cercavano, tutti uniti, di migliorare la situazione loro e dell’istituzione che rappresentavano, tanto che furono organizzati numerosi incontri nelle varie sedi toscane, d’intesa con i prefetti. Un’anticipazione di quella che sarebbe poi diventata l’Anfaci, Associazione dei funzionari dell’amministrazione civile dell’interno, di cui Meoli fu uno dei soci fondatori.
Incoraggiati da quel grande prefetto e Direttore Generale che è stato Aldo Buoncristiano, la maggior parte di quei funzionari si trasferirono al Ministero dell’interno, dove hanno ricoperto ruoli strategici. Claudio si spostò da Siena a Roma per dirigere l’ufficio studi dell’Amministrazione generale. Ma anche così non mancarono le occasioni d’incontro, nelle varie commissioni per la riforma dell’amministrazione, di cui facevamo entrambi parte.
Nel 1978 Buoncristiano ci mandò in missione a Parigi, perché potessimo conoscere meglio i segreti dell’amministrazione statale (e prefettizia) francese, un modello da seguire. Partimmo con il treno di notte, accompagnati alla stazione dalle consorti, e passammo nella Ville Lumière tre mesi intensi, interessanti e fruttuosi. La nostra base era un alberghetto di poche pretese vicino alla Sorbonne e di lì ci spostavamo per seguire i corsi.
E’ stata un’esperienza indimenticabile, noi i primi due italiani ospitati nelle scuole d’eccellenza francesi, insieme a un gruppo di giovani funzionari provenienti da molti paesi europei. Approfittavamo dei week end per fare alcune gite, ai Castelli della Loira con la neve, a Amsterdam e Bruxelles. E’ stato il periodo nel quale la nostra amicizia si è cementata ancora di più, anche perché la forzata convivenza non causò alcun problema, visto il carattere cordiale, generoso e pacato di Claudio. In tutti questi anni non l’ho mai sentito alzare la voce, sempre padrone di sè evitava reazioni scomposte.
Quando mi trasferii a Bruxelles, nel 1981 Claudio e Caterina, la moglie, vennero per qualche giorno a casa mia per festeggiare l’anniversario di matrimonio, e anche quella fu un’esperienza splendida. Ricordo ancora i due sposini imbacuccati per combattere il vento freddo del Mare del Nord e un’epica scalata di Claudio, la cui mole non era indifferente, su per la scalinata che portava alla sommità del campanile del Duomo di Colonia: arrivò con il fiatone ma ce la fece a salire i 533 gradini!
Poi la carriera (Claudio fu promosso prefetto nel 1993, uno dei più giovani) ci ha portato in lidi diversi, ma sia al Ministero che in sedi vicine siamo sempre riusciti a incontrarci. Partivo da Campobasso per raggiungerlo ad Avellino e lui risaliva il Sannio per arrivare nel Molise.
Dopo il pensionamento ci siamo sempre tenuti in contatto, e, fino ai primi mesi dell’anno scorso, le sedute del Tribunale dell’Atletica, di cui ero presidente, a Roma costituivano l’occasione di simpatici incontri a pranzo vicino alla Fidal. Claudio si muoveva già con molta difficoltà, la malattia che rendeva difficoltosa la deambulazione progrediva, ma lui la combatteva con grande serenità e volontà. E arrivava sempre puntuale guidando la sua Panda fino al luogo dell’appuntamento.
Nel maggio 2016 venne a Firenze per una manifestazione in ricordo di Buoncristiano, con grande sforzo riuscì a compiere il viaggio in treno, ci muovemmo in città, abbiamo passato insieme due giorni piacevoli, rivedendo vecchi amici, poi lui riprese il treno per Roma. E in quell’occasione, per la prima volta, disse: chissà quanto mi resterà da vivere in questa situazione. Si rendeva perfettamente conto del suo stato, ma non ho mai sentito da lui un lamento o un’imprecazione.
Alla fine dell’estate 2017 gli telefonai per sapere se potevamo ancora una volta trovarci vicino alla Federazione di Atletica per il consueto pranzo, ma lui rispose, lucido come sempre, che le sue condizioni erano peggiorate e non riusciva a muoversi come prima.
In pochi mesi la malattia ha preso definitivamente il sopravvento, tanto che è stato ricoverato in un hospice vicino al Policlinico Gemelli. Dove a fine novembre sono stato a trovarlo. Disteso sul letto era sempre il solito Claudio, sereno, sorridente, affabile, gentile. Salutandoci ci siamo abbracciati forte forte, è l’ultima commovente immagine che conservo di lui.

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