La ricerca di Confcooperative e Censis

Il futuro dei nostri giovani: 5,7 milioni di precari, con basse pensioni e prospettive di povertà

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

I giovani di oggi? Saranno (in larga parte) i poveri di domani. Non bastavano le statistiche, le rilevazioni, i giudizi che l’Istat, eccezionalmente, aveva pubblicato per lo sconforto del rottamatore Matteo Renzi, ancor prima delle disastrose (per lui) elezioni del 4 marzo. Sulla base dei dati via via aggiornati (in peggio) qualcuno si è preso la briga di prevedere quale sarà il futuro dei millennials, i giovani che si affannano adesso a trovare occupazioni per lo più precarie, grazie al Jobs Act, con la prospettiva di lavorare a lungo, con una magra pensione.

Un focus Censis – Confcooperative dedicato a «Millennials, lavoro povero e pensioni», si è esercitato ad esaminare le prospettive di precari, neet e lavoratori ingabbiati in occupazioni a bassa qualità e bassa intensità, un esercito di 5,7 milioni di lavoratori,  per i quali si prevede un futuro tutt’altro che roseo. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative rappresentano infatti «un pericoloso mix di fattori che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, dove le condizioni di nuove povertà, determinate da pensioni basse, saranno aggravate, inoltre, dall’impossibilità, per molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico».

PRIMA CONSEGUENZA, PENSIONI FALCIDIATE – La prima frattura si registra nel campo della previdenza, dove si assiste ad una evidente discriminazione tra generazioni. Già oggi infatti, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio secondo il Censis segnala una decisa divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce infatti a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno nella migliore delle ipotesi.

PROSPETTIVA POVERTA’ – Circa 5,7 milioni di persone nel 2050 potrebbero andare ad ingrossare le fila dei poveri. Secondo il focus del Censis sono infatti «oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia”, ovvero confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà».

SALARI INSUFFICIENTI – Un altro dato che emerge dalla ricerca è che lavorare può non bastare. Per i giovani, in particolare, «lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, segnala in maniera ancora più marcata la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo effetto di “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è poi messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno via via diffondendo». Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. «La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà – puntualizza lo studio – evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore».

IL  SUD – Il dettaglio regionale fa emergere la forte differenza socioeconomica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà, ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila).

CONFCOOPERATIVE – «E’ una vera bomba sociale che va disinnescata – sostiene Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative –. Lavoro e povertà sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Non sono temi di questa o di quella parte politica, ma riguardano il bene comune del paese. Sul fronte della povertà il Rei con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione».

Purtroppo abbiamo già perso gli ultimi 20 anni, nei quali la politica non ha saputo fare scelte previdenti, degne di questo nome, i sindacati si sono preoccupati delle persone già impiegate e che si avviavano verso una pensione dignitosa, la generazione dei millennials, alla quale peraltro si può rimproverare una certa mancanza d’inventiva e d’iniziativa, si è trovata scoperta della protezione politica e sindacale. Solo adesso politici e sindacati si accorgono del grave problema, me sembra che nessuno sia capace di avviarne la soluzione, al di là delle bellicose e isolate iniziative di Tito Boeri, Giorgia Meloni e Mario Giordano, che dai loro pulpiti della politica pontificano astrattamente e inutilmente, pensando di poter risolvere la matassa con il taglio delle pensioni, meglio se d’oro (sarebbero quelle superiori a 3.000 euro lordi mensili). In tal modo acquisirebbero fondi insufficienti, ma metterebbero in difficoltà un altro esercito di persone senza risolvere nulla, per un mero pregiudizio ideologico.

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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