I veleni fra correnti spaccano l'Associazione magistrati

Bufera procure: crisi aperta all’Associazione nazionale magistrati. Lunghi coltelli fra le correnti

di Paolo Padoin - - Cronaca, Cultura, Lente d'Ingrandimento, Politica

Divampa la polemica fra le toghe

ROMA – Lo scandalo del caso procure sta facendo emergere tutte le anomalie della nostra magistratura e evidenzia la necessità di una radicale riorganizzazione del sistema, sempre avversata dalla categoria, che non rinuncia a privilegi ammantati da difesa dell’autonomia e dall’indipendenza, tutt’altra cosa rispetto alle vicende attuali. Se a questo si assommano molte sentenze discutibilissime e comportamenti di giudici che sempre più spesso si evidenziano come dettati da precise concezioni politiche (organizzazione di convegni, partecipazione a dibattiti di parte, difesa a spada tratta di migranti sempre e comunque) si comprende come l’opinione pubblica sia disorientata e stia crollando la fiducia nelle toghe, ritenute sempre meno imparziali e equilibrate. E non è un caso che più volte siano state ribadite (ultima la ministra Bongiorno) proposte di un test psicoattitudinale per chi entra in magistratura.

Le ultime dichiarazioni al veleno fra i magistrati hanno provocato l’apertura della crisi nell’Anm. Area, Unicost e Autonomia e Indipendenza hanno chiesto la convocazione urgente di una riunione con all’ordine del giorno il rinnovo della giunta guidata da Pasquale Grasso. La ragione è il documento approvato ieri dalla corrente del presidente dell”Anm, Magistratura Indipendente, che ha invitato i consiglieri autosospesi per lo scandalo nomine a rientrare al Csm. Una presa di posizione in aperto contrasto con il  documento approvato da tutta l’Anm qualche giorno fa che invece aveva chiesto le dimissioni dei consiglieri.

«Il documento adottato all’unanimità dall’Assemblea nazionale di Magistratura Indipendente, tenuta ieri a Roma – si dice nel documento che sfiducia la giunta guidata da Grasso – si pone in netta contrapposizione con il documento deliberato dal Comitato Direttivo Centrale dell’Anm ed esclude la possibilità di proseguire l’esperienza dell’attuale
Giunta che vede la presenza e la presidenza di Magistratura Indipendente». La richiesta ai Consiglieri del Csm di M.I. autosospesi di riprendere la loro attività «crea un incidente istituzionale senza precedenti e potrebbe condurre all”adozione di riforme dell”Organo di autogoverno dal carattere emergenziale con il rischio di alterarne il delicato assetto voluto dalla Costituzione a garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura senza risolvere i problemi posti dalle gravi recenti vicende». «Magistratura Indipendente – accusano i Componenti del Comitato Direttivo centrale di AreaDG, Unicost ed Autonomia e Indipendenza – si assume di fronte alla magistratura ed al Paese la grave responsabilità di quanto sta accadendo».

«Unicost sta valutando con grande attenzione e preoccupazione il nuovo scenario che si è aperto con l”assemblea di Magistratura Indipendente», dice il segretario corrente Mariano Sciacca. Ancora più netto il pm Eugenio Albamonte (Area): «il deliberato di MI è sicuramente una violazione dell’accordo associativo alla base della giunta». Albamonte definisce tartufesca la posizione di Magistratura Indipendente. «Sia pure a ranghi ridotti, Magistratura Indipendente aveva contribuito alla redazione del testo del Comitato direttivo centrale dell’Anm, che è stato poi votato da due suoi esponenti, uno dei quali è il presidente dell’Anm. Poi ieri ha votato un testo opposto all’unanimità. E’ una posizione quantomeno equivoca, anche perchè non sconfessano nemmeno Grasso».
Anche Sciacca evidenzia il contrasto tra i due deliberati e rimarca che «la posizione di Unicost resta quella espressa nel documento approvato dal Comitato direttivo centrale dell’Anm e votato anche da Magistratura Indipendente». Si pone dunque «un problema oggettivo di valutazione della situazione politica interna all’Anm», anche alla luce delle assemblee dei magistrati che ci sono state nei vari distretti dalle quali sono emersi «la rabbia e il turbamento dei colleghi, a cui bisogna rispondere in modo lucido».

Sotto accusa soprattutto i rapporti tra magistratura e politica, la frequentazione di politici (guarda caso soprattutto di una parte ben definita) con magistrati, la possibilità che i magistrati entrino in politica e, una volta usciti, rientrino in carriera, con ridicole limitazioni territoriali. Anche l’ex procuratore nazionale antimafia, Roberti, si è dichiarato contrario a queste pessime abitudini e ha chiesto che il Pd intervenga. Lo ha fatto Zingaretti, praticamente lavandosene le mani, e lo fa oggi Renzi, che tace ovviamente la circostanza che nello scandalo procure sono coinvolti un suo fedelissimo, Luca Lotti e un altro esponente Pd, Cosimo Ferri, deputato Pd, magistrato. Sentenzia il rottamatore: «Cambiamo la legge sul Csm. Io penso che la politica deve stare fuori dalla magistratura. Ma non ci deve essere più ipocrisia. Basta – chiede l’ex premier – con questo dialogo tra politici e magistratura. Se fai il magistrato non fai il politico, vorrei fosse così. Sulla giustizia conclude – condivido quello che ieri ha detto Zingaretti, dal punto di vista politico. Le nomine che ha fatto il Csm sono anche giuste, ma lo ha fatto con un metodo che, personalmente, non mi piace».

Ma è tutto il sistema giustizia che non funziona, non solo il Csm, debbono essere adottate regole nuove anche in materia di poteri delle toghe e dell’ingresso in carriera dei magistrati. Che dovrebbe avvenire con quello che si definisce un concorso di secondo grado, al quale è aperta la partecipazione dopo che gli aspiranti hanno fatto esperienze nelle carriere universitariue, dell’avvocatura e della pubblica amministrazione, e quindi hanno avuto cognizione della vita vissuta e non solo di codici e manuali.

La separazione delle carriere auspicata da molti come una panacea non credo che risolverebbe molti problemi ed è avversata dalle toghe che temono un collegamento dei pm al potere esecutivo, come è in molti altri paesi civili e senza dubbio democratici, ad esempio la Francia. Ma soprattutto occorrerebbe  che il Parlamento intervenisse, consultando magistrati ed avvocati, per limitare il potere discrezionale dei giudici che porta spesso a sentenze che ai più sembrano illogiche e aberranti. Sentenze che talvolta sono state giustificate dagli alti gradi come espressione di fine cultura giuridica e difese a spada tratta dalle critiche, talvolta troppo pesanti, da parte dei politici, che avrebbero posto in essere addirittura un vero e proprio linciaggio nei confronti di alcuni giudici. A proposito di quest’ultima ipotesi, e della giudice attaccata da Salvini, ricordo che i magistrati di un tempo ripetevano che i giudici debbono non solo essere, ma anche apparire imparziali, condizione che mi sembra negli ultimi tempi sia stata completamente ignorata da molti soggetti. E visto che i giudici si arrogano spesso il compito di tutela della pubblica morale, quasi fossero investiti di poteri divini, mi sembra che non risultino poi credibili se in certi casi, purtroppo non sporadici, sono i primi a non rispettare certi principi fondamentali di correttezza dei comportamenti, creando sconcerto nei cittadini e sfiducia nell’azione della magistratura. Con grave discredito della stragrande maggioranza dei magistrati che svolgono il loro difficile e alto compito con senso del dovere, spirito di sacrificio e vera imparzialità.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
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