Arno: cosa fare per evitare l’incubo alluvione a Firenze, Pisa e due terzi della Toscana

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Economia, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento

La piena dell’Arno davanti alla Biblioteca Nazionale di Firenze, domenica 17 novembre 2019

E’ mezzanotte di domenica 17 novembre: l’onda lunga del picco di piena dell’Arno sta passando da Pisa senza tracimare rovinosamente, come avvenuto solo qualche anno fa. Ed è scivolata, quella stessa piena, sotto i ponti di Firenze nel pomeriggio, facendo registrare, oltre al cuore in gola, una portata del fiume di circa 2100 metri cubi al secondo: fortunatamente assai lontana dai devastanti 4100 metri cubi al secondo del 4 novembre del 1966. Nei due terzi della Toscana bagnati dal bacino dell’Arno è stata una giornata d’angoscia: con tracimazioni sparse, da Arezzo fino alla provincia pisana. Alle Sieci l’Arno è andato di fuori allagando la zona bassa della frazione del comune di Pontassieve. A Firenze ha fatto paura la Greve, esondata sotto il ponte all’Indiano. Si sono gonfiati da far paura l’Ombrone fra Pistoia e Prato e l’Elsa a cavallo delle province di Firenze e Siena. Il centro di Empoli è stato allagato: piazza Farinata degli Uberti ha visto botteghe e piani terreni inondati. Però non dall’Arno, ma dalle fogne che non hanno più ricevuto.

ALLARME – E’ andata bene? In sostanza sì. Non c’è stato bisogno, per esempio, di far scattare l’allarme agli Uffizi e alla Biblioteca Nazionale. E nemmeno si è dovuto alzare il Cristo di Cimabue, in Santa Croce, grazie a quella carrucola che lo può sollevare per molti metri quando l’Arno minaccia di sfigurarlo come fece nel 1966. Pisa ha corso un rischio assai maggiore, ma è stata aiutata, oltr che dalla buona sorte che non si è girata dall’altra parte, anche da due opere: la cassa d’espansione di Roffia, nel comune di San Miniato, capace di trattenere almeno 5 milioni di metri cubi d’acqua, impedendo che potessero andare oltre le paratie sistemate dai parà della Folgore nel centro di Pisa, e lo Scolmatore di Pontedera (finalmente ripulito e funzionante, dopo le critiche anche da pate del soprascritto), capace di deviare verso il Calambrone 500-600 metri cubi al secondo di acqua che, viceversa, avrebbero sommerso il centro storico pisano.

ALLUVIONE DEL ‘ 66 – Fa bene, il presidente della Regione, Enrico Rossi, a citare con orgoglio la Cassa d’espansione di Roffia e lo Scolmatore. Ma anche lui sa benissimo che non bastano. Può capitare di peggio? Risposta affermativa, naturalmente. Non soltanto perchè l’Arno – che ho sempre definito torrente con sfrenate ambizioni di fiume – devasta due terzi della Toscana, periodicamente, fin dal 1170. Ma soprattutto perchè, pur conoscendo benissimo la sua capacità distruttiva, impressa nella mente dei fiorentini e dei toscani dal 4 novembre del 1966, non sono state completate quelle difese, anche minime, che potrebbero permettere di non aver paura in giornate come quella appena passata, con piogge continue ma non ancora capaci di raggiungere la violenza di 53 anni fa. Cosa per nulla improbabile anche per effetto del cambiamento climatico: e di quelle bombe d’acqua che conosciamo bene (anche per averle così battezzate personalmente su La Nazione) dal 1996, in occasione dell’alluvione nell’Alta Versilia.

PROGETTI – Chiarisco subito: l’Arno non è un mostro. Soprattutto non è il «mostro». Dicono i geologi che prende acqua da una sola montagna. Quando piove sul Pratomagno va in piena. Quando non piove va in secca: è così da sempre. Le cose da fare per evitare paura e danni (date un’occhiata a Venezia, che rimpiange di non aver finito il vituperato Mose) si conoscono bene.  Immediatamente dopo l’alluvione del 1966, lo Stato commissionò un grande studio per proteggere Firenze a due ingegneri idraulici: Giulio De Marchi e Giulio Supino. Che idearono un complicato e costoso sistema di dighe che avrebbe imprigionato anche gli affluenti dell’Arno. Intorno agli anni Ottanta arrivò il secondo grande progetto: il Progetto pilota dell’Arno, voluto dalla Regione Toscana. Che prevedeva dighe, ma anche casse d’espansione. Rimasto nei cassetti. Con una sola eccezione: la diga di Bilancino, sulla Sieve, travagliata dallo scandalo delle pietre d’oro. Ha un pregio: quello di dare da bere a Firenze e provincia quando l’Arno va in secca. Il difetto? E’ stata costruita troppo in alto, prende solo pochi torrenti della Sieve e non i più impetuosi. Va comunque bene che ci sia. Infine, nel 1999, il professor Raffaello Nardi completò il piano di bacino da 3mila miliardi di vecchie lire: un insieme di opere che prevedevano molte casse d’espansione e anche l’innalzamento della diga di Levane. Naturalmente quel finanziamento non c’era.

PIANINO – Allora si pensò a un «pianino» più abbordabile, da 200-300 milioni. Lo disegnò il successore di Nardi, professor Giovanni Menduni. Prevedeva alcune opere essenziali: 4 casse d’espansione fra Figline e Reggello e ancora l’innalzamento della diga di Levane a monte di Firenze. Poi altre casse d’espansione a valle, verso Pisa, fra le quali quella di Roffia, straordinariamente completata. Delle quattro del Valdarno Superiore ne mancano tre: finita quella di Pizziconi, mentre siamo alle progettazioni di quelle di Leccio, Prulli e Restone. E ovviamente siamo ancora lontani dall’avvio dei lavori per alzare Levane. Ma sarebbero opere sufficienti per evitare un’alluvione come quella del ’66? Naturalmente no: 53 anni fa si rovesciarono su Firenze quasi 200 milioni di metri cubi d’acqua. Casse d’espansione e diga di Levane rialzata arriverebbero a bloccare, più o meno, 30 milioni di metri cubi d’acqua. Non bastano per dare la sicurezza assoluta, comunque difficilissima da raggiungere con un soggetto come l’Arno, ma almeno eviterebbero problemi nel caso di piene anche superiori a quella di ieri, 17 novembre. Ma bisognerebbe aprire i cantieri, per queste opere, fn da subito. E non ricordarsene, pericolosamente, solo alla prossima emergenza.

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Sandro Bennucci

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