Come in un set da film

Pietà di Michelangelo Bandini: restauro show nel Duomo di Firenze, davanti al pubblico

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, Eventi, Primo piano

La Pietà Bandini di Michelangelo, custodita nel Duomo di Firenze

FIRENZE – L’appuntamento è per domani, sabato 23 novembre: comincerà il restauro della Pietà di Michelangelo del Museo del Duomo di Firenze, conosciuta anche con il nome di Pietà Bandini. Nel suo genere, sarà un vero e proprio show. I restauratori lavoreranno davanti al pubblico: tutti potranno vedere le fasi dell’intervento di pulizia del capolavoro in marmo, che Michelangelo scolpì a quasi 80 anni. Andrà in scena un cantiere aperto, progettato nella sala dove la monumentale scultura incompiuta è custodita. L’operazione terminerà entro l’estate 2020: per il visitatore sostare davanti al cantiere sarà come entrare in una specie di set cinematografico. L’intervento commissionato dall’Opera di Santa Maria del Fiore, finanziato dalla Fondazione Friends of Florence sotto la tutela della Soprintendenza, è stato affidato a Paola Rosa, coadiuvata da un’equipe di professionisti, che dopo la formazione all’Opificio delle Pietre Dure, ha maturato una trentennale esperienza su opere di grandi artisti del passato, tra cui Michelangelo stesso. Sarà un restauro rispettoso della visione oramai consolidata di una superficie visibilmente ambrata della Pietà e ugualmente rispettoso delle patine che nel tempo con il loro naturale processo d’invecchiamento hanno trasformato la cromia originaria del marmo, come ha precisato la stessa Paola Rosa.

PIETRE DURE – Il restauro, la cui fase iniziale riguarderà un’ampia campagna diagnostica, ha lo scopo di migliorare la lettura dell’opera che risulta mortificata dalla presenza di depositi e sostanze estranee alle superfici marmoree del gruppo scultoreo. L’intervento si avvarrà anche dei risultati delle indagini diagnostiche e gammagrafiche, eseguite rispettivamente dall’Opificio
delle Pietre Dure e dall’Enea nella campagna di studio svolta alla fine degli anni ’90 e pubblicate nel 2006 nel volume «La Pietà di
Michelangelo a Firenze», a cura di Jack Wasserman. Scolpita in un enorme blocco di marmo bianco di Carrara, tra il 1547 e
il 1555 circa, quando Michelangelo era alla soglia di suoi 80 anni, la Pietà dell’Opera del Duomo a Firenze, carica di vissuto e sofferenza, è una delle tre realizzate dal grande artista. A differenza delle altre due – quella giovanile vaticana in San Pietro e la successiva Rondanini – il corpo del Cristo è sorretto non solo da Maria ma anche da Maddalena e dall’anziano Nicodemo, a cui Michelangelo ha dato il proprio volto. Particolare confermato anche dai due biografi coevi all’artista, Giorgio Vasari e Ascanio Condivi, grazie a cui sappiamo che la scultura era destinata a un altare di una chiesa romana, ai cui piedi l’artista avrebbe voluto essere sepolto.

INFINITA – La Pietà di Firenze è considerata come altre sculture del Buonarroti – ha affermato Timothy Verdon, direttore del Museo – opera non finita, anche se la dizione che più le competerebbe è quella del XVI secolo quando si diceva ancora opera infinita. Le fonti non riportano particolari interventi di restauro avvenuti in passato, se non quello eseguito poco dopo la sua realizzazione da Tiberio Calcagni, scultore fiorentino vicino a Michelangelo, entro il 1565. Nell’arco di oltre 470 anni di vita, durante i numerosi passaggi di proprietà e le traumatiche vicende storiche, è presumibile che la Pietà Bandini sia stata sottoposta a vari interventi di manutenzione che però non risultano documentati perchè considerati semplici operazioni di routine. Risulta, invece, documentato il calco eseguito nel 1882, di cui rimane la copia di gesso conservata alla Gipsoteca del Liceo Artistico di Porta Romana, a Firenze. Probabilmente è proprio in conseguenza di questo intervento ottocentesco che la superficie del gruppo scultoreo si è modificata cromaticamente, soprattutto a causa dell’alterazione delle sostanze utilizzate per l’esecuzione del calco, ma anche di quelle più aggressive impiegate per rimuoverne i residui. Si ha notizia di un trasferimento dell’opera alla Galleria dell’Accademia, dal 1946 al 1949, per studiare una collocazione migliore e in quell’occasione sembra che l’opera sia stata sottoposta a una pulitura, di cui però non si conoscono i particolari.

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Sandro Bennucci

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