Consiglio europeo: Fassina contesta l’entusiasmo di Conte, la trappola del Mes

Stafano Fassina

ROMA – Dal blog del parlamentare di Leu, Stefano Fassina,su Huffington Post riportiamo il dirissimo giudizio in merito alle conclusioni del Consiglio europeo, che il parlamentare di sinistra giudica completamente negative per l’Italia.

«Il Consiglio europeo di ieri ha avuto come unico risultato significativo e definitivo, annunciato in conferenza stampa dopo un vertice senza conclusioni formalizzate, l’ endorsement, il sostegno, da parte dei Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri del Rapporto approvato dall’Eurogruppo il 9 Aprile scorso.

I punti confermati sono, quindi, il “Sure”, il fondo di prestiti per il reddito dei disoccupati, complessivamente fino a 100 miliardi, ma non oltre 10 miliardi all’anno per tutti i Paesi Ue: un grande bluff. Poi, le garanzie di 25 miliardi per l’intera Unione, attivate dalla Banca europea per gli investimenti, un intervento ordinario, in grado, secondo le previsioni, di consentire alle banche del vecchio continente di prestare alle imprese europee 200 miliardi di euro (per comprendere l’ordine di grandezza, il governo italiano sottolinea di aver messo in campo le condizioni per far affluire alle imprese 400 miliardi con il Decreto Liquidità presentato 2 settimane fa).

Infine, il trittico, operativo dal 1° giugno da quanto dichiarato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, si completa con l’attivazione della “Pandemic crisis support”, il prestito basato sulla “Linea di credito a condizionalità rafforzate” (Ehnanced conditions credit line) del Meccanismo europeo di stabilità, il Mes, la suadente opportunità di prestiti per 36 miliardi senza condizioni, per arrivare in realtà al programma di aggiustamento macroeconomico e strutturale con la Troika, chiave di accesso all’Omt, l’Outright monetary transactions, l’intervento della Bce messo a punto ai tempi del whatever it takes di Mario Draghi (qui descrivo le ragioni di finanza pubblica e giuridiche della trappola del Mes).

Per il Recovery Fund rimane sostanzialmente la vaghezza dell’obiettivo annunciato dall’Eurogruppo prepasquale. La nostra vittoria, “3 a 0” secondo la propaganda del Movimento 5 Stelle e l’ultimo tweet di Beppe Grillo, consiste nell’inserimento dei termini “necessario e urgente” nel racconto del Presidente del Consiglio europeo alla fine dell’incontro on line di ieri.

Riporto per intero il passaggio dedicato al Fondo:

“Ci siamo accordati per lavorare alla istituzione di un Recovery Fund, che è necessario e urgente. Questo Fondo dovrà essere di sufficiente grandezza, rivolto verso i settori e le aree geografiche dell’Europa più colpite, dedicato a affrontare una crisi senza precedenti. Abbiamo chiesto alla Commissione di analizzare i bisogni e di arrivare urgentemente a una proposta commisurata alle sfide di fronte a noi. La proposta della Commissione dovrà chiarire la relazione con il bilancio pluriennale europeo che in ogni caso necessiterà di essere modificato al fine di affrontare la crisi in corso e il dopo-crisi”.
Alla scarna comunicazione di Charles Michel, sono seguite le parole della presidente von der Leyen, la quale ha soltanto aggiunto che le dimensioni del Fondo saranno determinate da un innalzamento del bilancio europeo “fino al 2% del Pil” e che la consegna del compito affidatale dal Consiglio è prevista in 2-3 settimane.

Nonostante le domande dei giornalisti, non ha specificato da dove arriveranno le maggiori risorse per garantire l’emissione dei titoli per raccogliere i finanziamenti da girare agli Stati più in difficoltà, né la data dell’avvio delle operazioni del meccanismo in faticosa gestazione.

Ricordiamo che il Quadro Finanziario Pluriennale, il bilancio dell’Unione nel lessico di Bruxelles, sul quale dovrebbe poggiarsi il Fondo, è rimasto bloccato per oltre un anno a causa del conflitto intorno a qualche centesimo di punto percentuale sopra l’1% del Pil.

In merito alla natura degli aiuti erogabili dal Fondo, la presidente ha indicato che è oggetto di discussione quanto arriverà come dono e quanto come prestito, quindi debito da ripagare. In un documento di lavoro circolato prima del vertice, la portata del Recovery Fund è indicata in 320 miliardi da rendere disponibili nel 2021 e 2022, metà trasferimenti a fondo perduto, metà crediti sui quali si inizierebbe a pagare interessi e restituire il capitale dal 2027.

La nostra quota potrebbe arrivare a una cinquantina di miliardi in 2 anni, dopo aver aumentato il nostro versamento al bilancio comunitario di almeno un paio di miliardi all’anno, in assenza di maggiori risorse proprie raccolte dalla Commissione europea. In sintesi, nel migliore dei casi, un contributo marginale, per sopravvivere con l’acqua alla gola, drammaticamente insufficiente a ricostruire un’economia di piena occupazione, a welfare costituzionale.

Gli euro-realisti richiamano la nota vischiosità politica e tecnocratica dei corridoi dei palazzi importanti di Bruxelles. Ma noi, a differenza dei governi nordici, non abbiamo tempo. Non possiamo più permetterci rinvii e rimpalli tra tecnostrutture.

Determina conseguenze economiche e sociali sempre più gravi lo slittamento del Decreto promesso per inizio aprile per alimentare il reddito di emergenza, potenziare il sostegno alle Partite Iva, rendere effettivamente disponibili le garanzie annunciate nel Decreto Liquidità, cancellare parte delle imposte rinviate, dare ossigeno ai Comuni, in prima linea per contrastare le emergenze sociali.

Il nodo politico di fondo è l’assenza dal tavolo dei negoziati dell’unico intervento davvero decisivo: iniziative adeguate della Bce. L’istituzione di Francoforte interviene sui mercati, sia negli acquisti di titoli di Stato, sia attraverso l’allentamento della qualità degli asset accettati a garanzia dei prestiti alle banche (da ultimo, l’altro ieri).

Tuttavia, la portata dei suoi interventi è inadeguata al dramma economico e di finanza pubblica in corso. Il confronto con le iniziative attuate dalla Federal Reserve, dalla Bank of England, dalla Bank of Japan misura le gravi carenze. Infatti, lo spread sui nostri Btp, anche stamane, è oltre i 250 punti base e, dato lo scenario di economia reale, porta il nostro debito su un sentiero di evidente insostenibilità, quindi avvicina l’arrivo della Troika attraverso il Mes, seppur attinto senza condizionalità esplicite.

Ribadiamo qui, ancora una volta, che è fuorviante e perdente la linea politica di fare degli Eurobond prima e del Recovery Fund poi, l’oggetto del braccio di ferro in corso tra governi del Sud e governi del Nord del continente.

L’obiettivo da perseguire, in quanto decisivo e protetto da minore resistenza politica, è la legittimazione della Bce ad acquistare quanto necessario ai bilanci pubblici a sconfiggere il Coronavirus e a finanziare la ricostruzione e, contestualmente, a sterilizzare i Titoli di Stato acquistati da ciascuna Banca Centrale nazionale nell’ambito del Quantitave easing e del PEEP, il programma a maggiore flessibilità lanciato dalla Bce il 18 Marzo scorso.

In sintesi, anche nel migliore dei casi, per l’Italia e gli altri Stati in difficoltà siamo lontanissimi da quanto necessario a mettere sotto controllo il debito pubblico e evitare il soffocamento delle imprese e delle lavoratrici e dei lavoratori legati alla domanda interna.

Lo shock simmetrico del Covid-19, nonostante le belle parole della presidente von der Leyen, determina un ulteriore allargamento delle divergenze non soltanto tra Stati ma, dentro gli Stati più colpiti e meno dotati di risorse di finanza pubblica, tra territori e classi sociali: il nostro Sud, la Capitale e parti del Nord si allontaneranno ancora di più dalle aree integrate nelle filiere delle esportazioni e dai luoghi metropolitani attraversati dai flussi finanziari globali; le frattura già profonde tra le periferie economiche e sociali e le Ztl si allargheranno. Il M5S aveva ricevuto il mandato elettorale per accorciare le distanze. Speriamo lo ricordi».

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