Omelia della notte di Natale 2020 del cardinale Betori: «Vinceremo il virus tenebroso che minaccia la salute»

FIRENZE – Ecco l’omelia pronunciata dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, durante la messa della notte di Natale 2020 anticipata per l’emergenza coronavirus, che Firenze Post pubblica integralmente rinnovando gli auguri di Buon Natale a tutti i lettori da parte di tutta la redazione:

Natale, in particolare nella celebrazione della notte – che tale resta anche se anticipata di qualche ora rispetto alla tradizione – vive della contrapposizione tra il buio della notte e la luce. È nella notte che i pastori a Betlemme vengono avvolti di luce dalla gloria del Signore. E un «popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce», secondo il profeta Isaia, «su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). La profezia immagina già realizzato ciò che intuisce nella speranza. Dal punto di vista storico siamo alla vigilia del crollo del potere assiro e si prospetta la conseguente liberazione delle regioni del nord del paese, e questo si lega alla nascita di un principe davidico a cui è affidato il compito di restaurare il regno d’Israele. Nella rilettura che di questa profezia viene fatta nei secoli a seguire, il bambino che nasce e che rende presente nel mondo il regno di Dio è il Messia, che viene donato all’umanità. È lui la luce, e questa rifulge nella carne di un bimbo, la cui nascita porta gioia e letizia, sconfigge violenza e oppressione, porta giustizia e pace. La stella ne sarà solo un simbolo; la realtà sarà la carne umana del Figlio di Dio. Non c’è Natale senza quel piccolo corpo indifeso. Il nemico tenebroso che incombe su questi nostri giorni non è rivestito delle armature degli antichi eserciti invasori, che rimbombano e terrorizzano. È invece un virus impalpabile, che minaccia la nostra salute e mette in crisi le relazioni sociali, il tessuto produttivo del Paese, la fiducia e il coraggio con cui porsi di fronte alla vita. La dimensione sanitaria della pandemia ci auguriamo di vincerla nei prossimi mesi grazie a promettenti vaccini. Più difficile sarà sanare le lacerazioni dei cuori, le incertezze e lo scoramento che si sono annidati dentro di noi. Più difficile sarà riprendere con saggezza e risolutezza la strada di un modo nuovo di pensare il tessuto economico, capace generare più giustizia, più inclusione, lavoro per tutti, un lavoro degno.

Come orientarci in un momento di crisi? Il bambino che si offre ai nostri sguardi nella mangiatoia di Betlemme sia la nostra luce. Lo sia anzitutto nella sua realtà di Dio fatto carne. La carne del Figlio di Dio non è il rivestimento di un’idea, ma la concretezza di una vita, una persona. La strada da intraprendere dev’essere allora quella dell’incontro. Lontano da noi gli approcci ideologici che inquinano le relazioni e deformano la realtà, come pure badiamo a non lasciarci sedurre dalle lusinghe delle sensazioni. La vita ci chiede incontro con l’altro, scoperta dell’altro, a cominciare da questo Altro che è il Figlio di Dio. Ci è chiesto un legame a Cristo e ai fratelli nella concretezza della loro realtà personale, delle loro storie, delle loro esperienze. Si rinasce attraverso uno sguardo libero posato sul volto dell’altro, così come fecero i pastori davanti a Gesù. L’apertura all’incontro, al dialogo, al camminare insieme diventa non solo facile ma doverosa quando ci riconosciamo figli di un unico Padre, fratelli con Gesù, ciascuno di noi «fratello universale» per tutti come amava definirsi Charles de Foucauld.

La volontà di uscire dalle nostre chiusure per aprirci alla condivisione con gli altri, nella convinzione che ci si salva solo insieme, non regge soltanto i comportamenti virtuosi sviluppati in questi tempi di pandemia, ma la struttura stessa della società, come ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, «un umile apporto alla riflessione – come egli stesso la definisce – affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (n. 6). E ci esorta così: «Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (n. 8).
A sorreggere questo sogno dobbiamo porre i caratteri che il profeta riconosce al bambino di cui annuncia la nascita:

«Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5). Sono attributi divini, che Gesù ci consegna dalla grotta di Betlemme perché noi possiamo condividere con lui il suo regno. In Gesù «Consigliere mirabile», si rivela all’uomo il pensiero di Dio, il suo disegno sul mondo, e quindi la nostra verità; un indirizzo fondamentale in questo mondo di confuse opinioni, da cui la ricerca stessa della verità viene bandita come pericolosamente divisiva o come giudizio da cui sottrarsi perché svela l’inganno che c’è nella ricerca di sempre nuove voglie. «Dio potente», il bambino di Betlemme rivela che Dio non vuole tenere per sé il suo potere di vittoria sul male, ma chiede che noi ci si consegni alla sua sapienza, che garantisce la strada da prendere per vincere il male. «Padre per
sempre», Dio in Gesù si manifesta come la fonte di ogni paternità; potrà sembrare strano che un figlio venga chiamato padre, ma è proprio nel mistero della generazione che va colta la trama essenziale della vita e della storia; un richiamo per il nostro tempo, segnato dalla crisi della paternità, e non meno della maternità, dalla confusione nell’ordine della generazione, dall’ostilità o dal timore di fronte alla vita. Infine il bambino è detto «Principe della pace», perché erede di chi della pace è sorgente e misura: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma armoniosa composizione dei legami nel mondo, degli uomini con Dio, degli uomini tra loro, dell’umanità con il creato; tutto esito dell’amore, quello stesso amore che conduce il Figlio di Dio tra noi e ne fa uno di noi. Sentieri impegnativi quelli indicati dal bambino di Betlemme, a cui ci si può accostare solo se ci si riveste dell’umiltà e della disponibilità dei pastori alla grotta. Ma sono questi i sentieri della speranza, di cui sentiamo particolare bisogno in questi giorni. E il volto della speranza è quello del bambino Gesù, la prova concreta – della concretezza della carne – che Dio non si è stancato dell’umanità. E se Dio non si stanca di noi, non possiamo essere noi a stancarci: non possiamo che seguirlo sulla strada dell’amore.

cardinale betori, notte di Natale 2020, omelia

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