Natale 2020, omelia della messa della mattina di Betori: «Fiorentini, ricordate le parole di rinascita di Paolo VI dopo l’alluvione»

Papa Paolo VI nella notte di Natale del ’66 a Firenze

FIRENZE – Di nuovo Buon Natale dalla redazione di Firenze Post, cari lettori, che propone integralmente l’omelia della messa della mattina di Natale, celebrata dal cardinale Giuseppe Betori, con un ricordo di 54 anni fa, ossia le parole pronunciate nella messa di notte del Natale ’66 da Papa Paolo VI, nella città che si stava riprendendo dopo la disastrosa alluvione dell’Arno:

Una voce risuona per noi, ci raggiunge l’annuncio di una buona notizia. La portano le sentinelle, coloro che hanno occhi per guardare lontano, oltre la fuggevole apparenza, per penetrare il tempo e le cose, quanto ci accade intorno, con lo sguardo purificato dalle ombre che ci ostacolano, penetrante fino all’intimo dei fatti. Chi ha questi occhi vede che Dio non ci ha abbandonato: «Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion… Il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme… Tutti confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52,8-10). La parola del profeta è preziosa indicazione in questi giorni in cui la perdurante pandemia genera in noi disorientamento, perdita di fiducia, fatica a individuare le scelte necessarie per una strada di salvezza, pericoloso volgersi indietro a un tempo che non può e non deve tornare. Non era quella la nostra terra promessa, soffocati com’eravamo da mille suggestioni ma senza più un significato ultimo per cui meritasse vivere e senza un’armonica composizione dei, legami tra noi e con il mondo. Abbiamo bisogno di un mondo nuovo, da far nascere da quella sorgente di amore che è la mangiatoia di Betlemme, dove risplende la carne di Figlio di Dio, a dire a tutti che un’umanità nuova è possibile, a immagine della fragilità e dell’amore di quel Bambino, rivelazione dell’amore del Padre, lui il «Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Una situazione, la nostra, simile a quella che nella notte di Natale di più di cinquant’anni fa fu vissuta in questa cattedrale. Anche allora c’era di ricostruire un mondo nuovo, per venir fuori dalla tragedia dell’alluvione e venne un Papa, il Santo Paolo VI, a condividere con noi dolore e speranza. Anche questa notte, come fanno tutti gli anni gli Arcivescovi di Firenze, ho celebrato con le vesti che egli indossò in quella Messa e qui volle lasciare, insieme al calice che gli aveva donato Aldo Moro e a una medaglia del Concilio Vaticano II, che da allora onora il nostro gonfalone.

Quella presenza per noi fu segno di speranza e parole di orientamento furono quelle con cui Paolo VI ci richiamò alle nostre radici più vere: «Rinascere vuol dire rifare se stessi, i propri pensieri, i propri propositi… Vuol dire per voi, Fiorentini, ritrovare le energie interiori dello spirito, che la vostra tradizione cristiana ha inserito nell’essere vostro; e riacquistare coscienza della vostra vocazione a irradiare appunto lo spirito… La vostra vocazione, Fiorentini, è nello spirito, la vostra missione è nel diffonderlo». Parole che valgono anche per l’oggi, orientamento imprescindibile per il nostro futuro. Come lo sono pure le parole con cui Papa Francesco ci sta accompagnando in questi mesi per aiutarci a guardare – anche noi come sentinelle – i tempi che viviamo, per non perdere, nel buio della crisi, la certezza della presenza di Dio. Lo ha fatto anche qualche giorno fa, ricordandoci che « Questo flagello è stato un banco di prova non indifferente e, nello stesso tempo, una grande occasione per convertirci e recuperare autenticità» (Discorso ai membri del Collegio Cardinalizio e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2020; n. 3). E come recuperare autenticità ce lo ha spiegato ieri sera ricordandoci che «la nascita di Gesù è la novità che ci permette ogni anno di rinascere dentro, di trovare in Lui la forza per affrontare ogni prova». E ci ha esortato così: « Dio viene al mondo come figlio per renderci figli di Dio. Che dono stupendo! Oggi Dio ci meraviglia e dice a ciascuno di noi: “Tu sei una meraviglia”. Sorella, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, sei mio figlio!” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: “Coraggio, sono con te”… Riconoscerti figlio di Dio, figlia di Dio. Questo è il punto di partenza di qualsiasi rinascita. È questo il cuore indistruttibile della nostra speranza, il nucleo incandescente che sorregge l’esistenza» (Omelia alla Messa della Notte di Natale, 24 dicembre 2020).

Come ogni crisi, quella che attraversiamo è un setaccio in cui discernere ciò che è valido da ciò che non lo è. Alle cose valide appartiene anzitutto la consapevolezza della nostra fragilità, come ci
insegna la presenza sociale della morte, che abbatte ogni illusione di potenza senza limiti come pure ogni barriera posta tra potenti e marginali, perché la morte non fa distinzioni e tocca tutti. Una
consapevolezza quella della fragilità, che si mostra a noi dalla mangiatoia di Betlemme, in cui Dio stesso si fa fragile per condividere e prendere su di sé la nostra fragilità, perché nella povertà di quel presepe c’è già l’anticipo della nudità della croce. Il segno del presepe è quindi un segno di condivisione e di comune assunzione del peso della vita. Lo sia soprattutto in questi giorni con gesti di autentica solidarietà.
Ma il presepe è anche segno del valore della vita. Se Dio, l’onnipotente e l’eterno, non rifugge dall’assumere la vita umana, è perché in essa egli riconosce un segno di sé, una traccia divina che
vi ha seminato nell’atto della creazione e che viene a riscattare nell’offerta di sé del Figlio suo. Nella logica funzionalista che domina il mondo si sta perdendo il valore sacro della vita, la sua profonda e
inalienabile dignità. Accogliere, difendere, sostenere, confortare la vita sta diventando un atto sempre meno riconosciuto come doveroso, eppure essenziale per tenere alta la nostra coscienza. Ne
fanno le spese i viventi nei momenti liminali dell’esistenza, agli inizi e alla fine, come pure nelle condizioni estreme dell’estraneo e del povero. Liberato dagli orpello di una falsa festa, il Natale torni a
insegnarci che quel Dio che chiede di essere accolto, protetto e destinatario di cura nel suo Figlio chiede oggi la stessa accoglienza, protezione e cura in tutti i suoi figli. Si delinea così una forma
diversa di vita sociale, in cui nessuno è ai margini, ma di tutti ci si fa carico, in quello che Papa Francesco definisce «un sogno di fraternità e di amicizia sociale» (Fratelli tutti, 6). Questa aspirazione
alla fraternità sorregga i nostri cuori mentre in essi facciamo posto al nostro fratello Gesù.

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