Il 12 aprile 1961

Jury Gagarin: primo uomo nello spazio. Accadde sessant’anni fa

Jury Gagarin all’epioca del primo volo spaziale, il 12 aprile 1961

Era il 12 aprile 1961, sessant’anni fa. In piena guerra fredda. Un astronauta russo di 27 anni fu il primo uomo ad andare nello spazio e a vedere la Terra da un oblò. Si chiamava Jury Gagarin ed è stato l’eroe più popolare e amato di un’Unione Sovietica troppo grigia, burocratica, oppressiva e fredda per poter scaldare i cuori. Ma Jury, capace di battere gli astronauti americani nella corsa al cosmo per una manciata di ore, colpì l’immaginario collettivo. Molti sessantenni italiani si chiamano Jury in omaggio a lui, più che alla propaganda dei segretari di partito nelle case del popolo. La sua faccia dominava i tiggì Rai, anche se la televisione non era ancora arrivata in tutte le case italiane, ma soprattutto sorrideva dai giornali. Rassicurante, dopo aver tenuto il mondo con il fiato sospeso. Perchè l’unico essere vivente che l’aveva preceduto fuori dall’orbita terrestre, la cagnolina Laika, portata nello spazio dallo Sputnik 2 nel 1957, non aveva fatto ritorno. «Laggiù, laggiù nella mia isba», cantava Gagarin durante il volo, per mantenere un ideale contatto con chi aveva lasciato a casa, senza pensare troppo al grande passo che stava facendo compiere all’umanità. Superato solo, otto anni dopo, dagli americani Armstrong, Collins e Aldrin che sbarcarono per primi sulla Luna.

OPERAIO – Nato il 9 marzo 1934 nel villaggio russo di Klusino, in una famiglia povera, Jury Gagarin aveva lavorato come operaio prima di realizzare il sogno di diventare pilota e cosmonauta. La sua impresa, unita all’origine umile, ne fecero il perfetto eroe sovietico: l’incarnazione dell’uomo nuovo che Mosca intendeva promuovere. Portato a esempio dell’efficienza socialista, Kruscev lo volle come ambasciatore del successo sovietico. Una gabbia dorata nella quale Gagarin non resistette a lungo. Tornato a guidare gli aerei da caccia, morì in volo, a soli 34 anni, in un incidente rimasto misterioso.

TERRA – «Il panorama è assolutamente bello e nuovo… la superficie terrestre cambia colore mentre viene illuminata dal cielo nero, dove posso vedere benissimo le stelle». La voce di Gagarin arrivò a commuovere. Era stato proiettato nello spazio dal cosmodromo di Bajkonur, nel Kazakistan, da dove gli scienziati sovietici rivaleggiavano con i colleghi americani di Cape Canaveral.  Gagarin era un pilota dell’aviazione russa, con un curriculum ideale per le richieste dei responsabili del programma russo. La selezione avvenne nel 1960. Il padre era un artigiano di falegnameria, e la mamma contadina. Il primo cosmonauta della storia era sposato con una infermiera, Valentina, di un anno più giovane di lui.

FIGLIE – All’epoca del suo storico volo orbitale, Gagarin era padre di due figlie, Elena e Galina, nata appena cinque settimane prima. «Mia sorella e io ci siamo perse il momento di massima gloria per mio padre, ma in realtà il mito resta indistruttibile – ha raccontato Elena Gagarina, storica dell’Arte e direttrice dei musei del Cremlino – Avevo solo due anni quando lui fece la missione. Ricordo però gli anni successivi, era sempre assai impegnato nel programma spaziale. E ricordo bene, purtroppo, i giorni drammatici sulla sua morte. La folla incredibile, il cordoglio del mondo intero… Mio padre era un uomo straordinario. E anche se lo vedevamo poco, quando era con noi non ci faceva mancare il suo amore, le sue attenzioni. Resta una icona non solo per la Russia, ma per tutto il mondo. Ovunque sia stata, in qualsiasi nazione, anche dopo tutto questo tempo mi fanno sentire quanto sia grande l’ammirazione per il suo mito».

AZZURRO – Il filmato della partenza venne diffuso al mondo soltanto sette anni dopo. Il ricordo della povera cagnetta Laika aveva suggerito prudenza a Mosca. Laika avrebbe dovuto morire per effetto del cianuro. Invece la sua fine fu anticipata da un guasto dello Sputnik 2. «Il cielo – diceva Gagarin a chi lo seguiva da Bajkonur – lo vedo nero, totalmente nero, e vedo la Terra azzurra sotto di me. Lungo l’orizzonte c’è una striscia di un arancione brillante, che poi assume una sfumatura d’azzurro, e poi passa al nero. Quello che mi colpisce di più è quanto sembra vicina la Terra, anche da questa altezza». La Vostok 1 stava passando sopra l’America Latina, per poi procedere verso il Sud dell’Atlantico e l’Africa.

IL RITORNO – Dopo un’orbita completa attorno alla Terra, avvenne il rientro, critico, negli strati atmosferici. A circa 7 chilometri si dispiegò il paracadute provvisorio, seguito a 4 chilometri di quota dall’apertura di quello principale. Poi, alla stessa quota, Gagarin si catapultò fuori dalla capsula con il seggiolino volante  e scese con il paracadute, a distanza di sicurezza dal punto di atterraggio della capsula, nella regione di Smelovska, a poca distanza da una mucca e da due contadini che dalla loro fattoria. Anche l’atterraggio venne descritto molto dopo, diciamo a una trentina d’anni di distanza dall’evento. I russi non volevano svelare i loro segreti, la tecnologia che aveva permesso loro di portare, per primi, un uomo nello spazio. Gagarin venne salutato come un nuovo Cristoforo Colombo. In effetti aveva aperto un’altra era: quella della corsa allo spazio. Che ora continua con nuovi orizzonti: Marte e non solo.

 

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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