Giornalisti spiati dai governi attraverso un software israeliano. L’elenco con 16 testate e 50mila numeri

Giornalisti spiati, insieme agli attivisti e ai difensori dei diritti umani. In ogni caso gente scomoda, che scrive e riferisce. La storia approda nelle redazioni a tarda sera di domenica 18 luglio 2021, mentre siamo soprattutto intenti a pensare ad altro: per esempio all’uso vincolante del green pass per proteggere le vacanze, ma limitando, a quanto pare, molte libertà di movimento: perfino quella, secondo indiscrezioni del comitato tecnico scientifico, di andare al ristorante. Improvvisamente si viene a sapere, non senza sgomento, che alcuni governi avrebbero usato un software israeliano, il sofisticato spyware Pegasus, per sottrarre segreti ai cellulari di chi fa informazione, di manager e di persone impegnate. E’ quanto emerge dai leak di un’indagine condotta dal Washington Post e da altre 16 testate internazionali.

Prima di proseguire, vale la pena aggiungere che il Washingon Post di spie se ne intende: nel 1972 due suoi brillanti reporter, Bob Woodward e Carl Bernstein, scoprirono lo scandalo che portò alla richiesta di impeachment e alle dimissioni di Richard Nixon. Uno scandalo che prese il nome dal Watergate, un complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, l’albergo in cui furono effettuate le intercettazioni. L’inchiesta giornalistica suscitò la crescente attenzione nell’opinione pubblica per la vicenda che, iniziata come modesto reato compiuto da personaggi secondari, crebbe fino a coinvolgere gli uomini più vicini al presidente, lo stesso Nixon e tutto il suo sistema di governo. Un sistema, venne poi accertato, centrato su attività ritenute illegali di controllo e spionaggio, allo scopo di mantenere il potere.

Ma torniamo a oggi. I giornali italiani non figurano nell’elenco pubblicato dal Washington Post: però l’inquietudine resta. La lista, datata 2016, include reporter di Cnn, New York Times, Wall Street Journal, Financial Times, Voice of America, Al Jazeera. Mi chiedo: sarà la prima lista e poi scopriremo aggiunte che ci riguardano? Il software, venduto dall’israeliana NSO Group e chiamato Pegasus, sarebbe nato per consentire ai governi di seguire terroristi e criminali. Dalle carte emergerebbe che nel mirino siano finite anche persone vicine a Jamal Khashoggi, il reporter saudita ucciso.

Ma il Washington Post indica anche dal governo ungherese di Victor Orban, che avrebbe usato la tecnologia sviluppata da NSO nell’ambito della sua guerra ai media, prendendo di mira i giornalisti investigativi e il ristretto circolo di manager dei media indipendenti. La reazione dell’ufficio del primo ministro ungherese è stata però rapida e netta: «In Ungheria, gli organi statali autorizzati a utilizzare strumenti in incognito sono regolarmente monitorati da istituzioni governative e non governative. Avete fatto le stesse domande ai governi degli Stati Uniti d’America, del Regno Unito, della Germania o della Francia?».

La lista dei telefoni segnalati dall’inchiesta su Pegasus include più di 50.000 numeri, concentrati in paesi rinomati per la sorveglianza di cittadini e clienti di NSO Group, ma non identifica chi ha deciso l’inserimento dei numeri di telefono o perché e non è chiaro neanche quanti siano stati i cellulari presi nel mirino o spiati. Che cosa penso? La vicenda è seria e inquieta, non c’è dubbio. Il Washington Post è giornale che non spara notizie a caso e non usa la parola spionaggio tanto per riempire le pagine. Il Watergate di 50 anni fa insegna. Ma a caldo mi vengono in mente alcuni colleghi, sicuramente convinti di far parte, a prescindere, della schiera degli intercettati. E che resterebbero molto male se, alla fine, scoprissero che nessuno se li è filati.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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