Eitan: orfano conteso da Italia e Israele. Romanzo familiare con i servizi segreti sullo sfondo

Uno striscione appeso, all’esterno del carcere di Verbania, per il piccolo Eitan l’unico sopravvissuto alla strage della funivia del Mottarone ANSA/TINO ROMANO

Come si sentirà, povero Eitan, dopo aver perso babbo, mamma e fratello nella tragedia del Mottarone, e ora al centro di un affare internazionale, con tanto di rapimento, nonna indagata, nonno i domiciliari e zia che denuncia? Visto dai suoi 6 anni, il mondo deve apparire brutto, cattivo, ingiusto e ladro d’affetti. Cresciuto in una famiglia che l’ha verosimilmente coccolato prima di farlo salire su quella funivia (il padre gli ha salvato la vita con il proprio corpo), penserà a un sogno terribile. Un incubo. Anche la fuga dall’Italia si ammanta di mistero: si sussurra che il nonno, ex militare, possa aver avuto l’appoggio dei servizi segreti. Sarà vero?

TRIBUNALE DI TEL AVIV – E mentre lui cercherà di capire perchè si trova in questa situazione, troppo grande per i suoi pochi anni, le famiglie, i rami paterno e materno, continuano ad attaccarsi e vanno avanti le indagini della Procura di Pavia che allargano il campo delle presunte complicità nel rapimento. Appare sempre più probabile che una definizione possa arrivare dai contatti diplomatici, dalle decisioni di Italia e Israele e da quelle dell’autorità giudiziaria del Paese mediorientale. Si è saputo che Aya Biran, zia paterna e tutrice legale del bambino portato in Israele dal nonno materno Shmuel Peleg quattro giorni fa, ha presentato, attraverso legali israeliani, un’istanza al Tribunale di Tel Aviv per chiedere di far rientrare il piccolo in Italia sulla base della Convenzione dell’Aja. In particolare dell’articolo 29 che consente al titolare del diritto di affido di rivolgersi direttamente al competente tribunale per chiedere il rientro del minore sottratto, anche senza l’intermediazione delle autorità centrali.

AMBASCIATORE – L’Ambasciata d’Israele a Roma ha assicurato che si occuperà del caso in collaborazione con l’Italia, a beneficio del bambino e in conformità con la legge e le convenzioni internazionali. «E’ un’istanza preparatrice per un’eventuale attivazione della procedura», spiega l’avvocato Cristina Pagni, che assiste in Italia Aya, assieme ai legali Armando Simbari e Massimo Saba parlabdo dell’iniziativa della zia. Potrebbe arrivare anche una richiesta dai legali della tutrice che dovrà passare per il Ministero della Giustizia. Nel frattempo, l’Ambasciata d’Israele a Roma ha fatto sapere che sta seguendo la vicenda sin dal momento in cui si è verificato il disastro della funivia il 23 maggio e anche questo triste caso e che se ne occuperà in collaborazione con l’Italia. «Si spezza il cuore davanti agli ultimi e sorprendenti sviluppi legati al bambino», ha detto. l’ambasciatore Dror Eydar.

INCHIESTA – Eitaan sarebbe partito insieme al nonno e forse anche ad altre persone da Lugano con un volo privato, dopo aver superato il confine svizzero in macchina e grazie a un passaporto non riconsegnato, si allunga l’elenco degli indagati. E’ stata iscritta pure la nonna materna Esther, detta Etty, Cohen, ex moglie di Peleg, anche lui, ex militare e forse vicino ad ambienti dei servizi segreti israeliani, già accusato di sequestro di persona aggravato e difeso dai legali Paolo Polizzi, Paolo Sevesi e Sara Carsaniga. In più è in corso un lavoro di verifica di inquirenti e investigatori sul tragitto e sulle eventuali presenze di altri che hanno partecipato al blitz, senza trascurare l’ipotesi di un appoggio strutturato. Ieri era stato lo zio paterno di Eitan, Or Nirko, ad accusare la nonna materna di complicità nel sequestro in una più ampia storia che pare intrecciare pure interessi economici legati ai risarcimenti per il disastro della funivia e motivi di educazione religiosa del bimbo. Anche se è stato riferito che la nonna sarebbe rientrata in Israele prima del giorno del rapimento.

UOMO COI BAFFI – La stessa Aya aveva raccontato comunque che il nonno, quando è arrivato a prendere Eitan per la visita che gli era stata concessa, ha parcheggiato lontano dall’abitazione e non è chiaro se nell’auto ci fossero altre persone ad attenderlo. Intanto, Nirko ha lanciato nuove accuse dicendo addirittura che la famiglia Peleg trattiene Eitan come i soldati dell’esercito israeliano sono tenuti prigionieri nelle carceri di Hamas. Per poi rivolgere, però, anche un appello chiedendo di poter sapere dove si trova Eitan. Sta bene, fa sapere la famiglia Peleg, mentre il nonno continua a ripetere di non averlo rapito ma di aver agito d’impulso per il suo bene. Quindi la richiesta dello zio per una soluzione politica e un riferimento a personaggi strani che si sarebbero avvicinati al piccolo: «Nel corso di una visita precedente Eitan è stato tenuto per due ore e mezza dentro la macchina della nonna materna e interrogato da una persona sconosciuta, che diceva che il suo lavoro è ‘cambiare i baffi». Facile fantasticare sul Mossad. E magari a una di quelle storie appassionanti scritte da Massimo Valerio Manfredi. Ma qui è in ballo la vita, già tormentatissima, di un bambino di sei anni. E’ tanto difficile chiedere a lui, senza nessuno intorno a condizionarlo, che cosa vuol fare e con chi gli piace stare? Troppo semplice vero? Eppure credo che, al di là dei servizi segreti e della ragion di Stato, credo che potrebbe essere la soluzione migliore.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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