L’Italia e l’Europa colpite dall’immigrazione di massa: una studiosa lo prevedeva nel 2010

Questa volta mi piace proporvi una lente che riprende uno studio molto interessante sull’immigrazione, pubblicato nel 2010 anche in Italia per i tipi della libreria Editrice Goriziana. Lo ha scritto Jelly M. Greenhill , una studiosa e ricercatrice americana della Kennedy School of Government, a Harvard, e le sue ricerche sono finite pubblicate in un libro per i tipi della Cornell University Press, disponibili in Italia grazie alla Leg, la Libreria Editrice Goriziana, dal titolo Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera

La straordinarietà di questa ricerca, pubblicata per la prima volta nel 2010 e poi aggiornata in successive dizioni, sta nella circostanza che già oltre 10 anni or sono si poteva prevedere quello che sarebbe successo oggi.

Greenhill prende in considerazione 56 casi di migrazioni usate come armi per esercitare pressione politica su altri Stati. Secondo Greenhill dal 1951 al 2016 si sono verificati almeno 75 episodi di migrazione ingegnerizzata (questa è la definizione che usa nei suoi studi) per persuadere non militarmente alcuni Stati vicini a compiere determinate azioni o comunque per influenzarne le scelte politiche.
L’anno scorso, solo per citare un caso, la Turchia (dopo avere incassato l’impegno
dell’Europa di versarle qualcosa come 6 miliardi di euro per contenere il flusso migratorio con un accordo considerato piuttosto controverso da molti giuristi internazionali) aprì le frontiere, era il 27 febbraio dell’anno scorso, per esercitare pressione sull’Europa.

La stessa Libia negli ultimi anni ha utilizzato il rubinetto dei migranti per ottenere, aprendolo e chiudendolo secondo la necessità, soldi e protezione dall’Europa.

Come spiega Greenhill servono almeno tre attori perché la migrazione ingegnerizzata funzioni: i generatori (coloro che innescano crisi sistemiche migratorie come Gheddafi), gli agenti provocatori (soggetti terzi rispetto agli Stati, che possono trasformare una crisi limitata in una crisi di ampie proporzioni facendo pressione e orientando l’opinione
pubblica e le azioni umanitarie) e gli opportunisti (coloro che minacciano di chiudere i
confini). Insomma, quello che stiamo vivendo ora è stato analizzato e teorizzato anni fa.

La Bielorussa sta usando in questi giorni lo stesso sistema per vendicarsi delle sanzioni imposte dall’Europa spingendo migliaia di migranti (soprattutto afghani e iracheni) verso la Polonia e la Lituania.

Mentre si tenta di instillare almeno il senso minimo di umanità e accoglienza (che starebbero scritti tra le carte del diritto internazionale) noi ci ritroviamo a uno stadio successivo in cui le migrazioni vengono usate come armi bianche, afferma Greenhill. 

La Storia è ciclica e noi continuiamo a dimenticarcene. Il 30 agosto del 2010 il Colonnello Muhammar Gheddafi a Roma presso la caserma Salvo D’Acquisto tenne un intervento fiume di oltre quaranta minuti tutto incentrato sulla pagina del colonialismo e su inquietanti scenari disegnati dall’avanzata dell’immigrazione africana. Gheddafi parlò della Libia come «ponte» privilegiato tra l’Africa e l’Europa. Chiese 5 miliardi di euro perché, disse, «l’Europa un domani potrebbe non essere più europea e diventare addirittura nera perché in milioni vogliono venire in Europa».

Politici distratti e poco preveggenti, forze che hanno privilegiato ad ogni costo l’immigrazione, associazioni e Ong che dall’immigrazione traggono indubbi vantaggi, e, in Italia, anche l’accoglienza prestata dalla Chiesa a chi viene da lontano, hanno portato il nostro Paese (ma anche l’Europa) a sottovalutare i rischi del fenomeno dei migranti utilizzati come Arma d’immigrazione di massa, e ne paghiamo adesso le conseguenze politiche, economiche e di sicurezza sia sanitaria che civile.

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Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
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