Quirinale: Berlusconi cerca 60 voti. Pd e M5S hanno paura che li trovi fra i loro franchi tiratori

Silvio Berlusconi

E’ la scommessa della sua vita: e non vuole perderla. La considera una specie di partita a poker, Silvio Berlusconi, la corsa al Quirinale. Nonostante il fuoco di fila, insistente e disperato, di Enrico Letta e del Centrosinistra. Venerdì sera, il Cavaliere è tornato ad Arcore dopo il vertice con gli alleati e l’endorsement alla sua candidatura. Gli hanno chiesto di mostrare con i numeri la solidità del tentativo e la conta per reperire la sessantina di voti necessari al quorum prosegue. Resta ancora molta prudenza nel centrodestra sulla candidatura del Cav: «All’ultimo miglio ci saranno i candidati veri», dice Luca Zaia. Ma tra gli azzurri c’è chi assicura che la candidatura è seria e anche in casa Pd c’è paura che qualcuno tra i Dem e i Cinque stelle possa realmente votare Berlusconi.

ANNA FINOCCHIARO – Al di là dei proclami e delle frasi fatte di Enrico Letta, i toni della riunione del Pd, alla presenza dei circa 150 grandi elettori Dem, sono in effetti preoccupati. Ma lo sono stati soprattutto per il rischio, evocato dal capo delegazione al governo Andrea Orlando, che la rottura dello schema di unità nazionale metta a rischio anche la tenuta del governo e della legislatura. Il no alle elezioni anticipate e la continuità del governo sono centrali anche per Letta: il passaggio è cruciale per il futuro. Il segretario non ha messo in campo, per ora, una candidatura alternativa, perché fare nomi vuol dire bruciarli. Ma ha spiegato spiega che con le riunioni dei capigruppo tornerà a informare i grandi elettori Dem a ogni passaggio: bisognerà decidere con Giuseppe Conte e Roberto Speranza se fare un nome di bandiera nelle prime tre votazioni (si cita Anna Finocchiaro) o votare scheda bianca. E poi che fare – l’ipotesi più quotata è uscire dall’Aula – se il Cav tenterà l’elezione al quarto scrutinio. Il Pd continua a lavorare a un patto largo su un nome di garanzia per il Quirinale, sul governo e sulle riforme dei regolamenti parlamentari (contro il trasformismo) e della legge elettorale (centristi e Iv vorrebbero il proporzionale).

MATTARELLA BIS – La proposta viene rivolta a Leu e M5s – ma Conte non risponde all’appello, resta in silenzio – poi agli azionisti dell’attuale maggioranza. Lo schema indicato, garantendo Draghi, potrebbe portare sia il premier al Colle, sia il Mattarella bis. E la relazione mette d’accordo tutti, in una direzione in streaming lunga quattro ore. Ma tra le righe emergono accenti diversi, i primi distinguo. Più d’uno chiede a Letta un’iniziativa con una candidatura. Lo fa Goffredo Bettini, che vuole Draghi a Chigi. E anche Orfini, che invoca il Mattarella bis. Secondo Orlando bisogna prepararsi anche allo scontro. E Franco Mirabelli, dell’area che fa capo a Dario Franceschini, invoca la permanenza di Draghi a Chigi. Stefano Bonaccini e Cesare Damiano dicono al contrario che sarebbe un errore escludere Draghi al Colle.

BERLUSCONI – Alessandro Alfieri, dell’area che fa capo a Guerini e Lotti, pone l’accento sulla continuità del governo. Ma è un nome di centrodestra per il Colle, lo schema che ha in mente Salvini, con Draghi a Palazzo Chigi rafforzato da un rimpasto di governo. In mattinata una nota della Lega invoca un presidente che riformi in modo radicale il Csm e accusa Marta Cartabia di non averlo fatto, escludendola così dal toto nomi. Se il Cav ritirerà la sua candidatura, i profili citati sono quelli di Elisabetta Casellati, Franco Frattini, Marcello Pera o Gianni Letta (meno quotati Casini e Amato). Ma Berlusconi non sarebbe intenzionato a indicare un altro nome di centrodestra, perciò i leghisti temono che alla fine si sfili per indicare Draghi. Sarebbe difficile dire no. Ma sarebbe una trappola soprattutto per il Pd e M5S che poi non avrebbero nessuna carta in mano per Palazzo Chigi. Ecco perchè Berlusconi ritiene di avere in mano quattro assi. Ma Letta e la sinistra sanno giocare a poker?

 

 

 

 

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Sandro Bennucci

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