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Gaza: liberi altri 12 ostaggi e 30 palestinesi. Pressing per tregua più lunga. Israele dice no

Gli ostaggi rilasciati sui mezzi della Croce Rossa Internazionale

TEL AVIV – Donne anziane del kibbutz di Nir Oz, e due thailandesi, in tutto dodici ostaggi, sono stati liberati da Hamas nel quinto giorno di tregua a Gaza, in cambio della scarcerazione di altri 30 detenuti palestinesi (15 donne e 15 minori).

Con un protocollo ormai collaudato che l’Occidente, con gli Usa in testa, vorrebbero estendere ancora, oltre alla prima proroga di due giorni, e consolidare fino a ipotizzare un cessate il fuoco più o meno permanente se non la fine della guerra.

Sarebbe questo, secondo il Wall Street Journal, l’obiettivo dei principali mediatori riuniti in queste ore a Doha: il capo della Cia, William Burns, quello del Mossad David Barnea, a colloquio con il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al Thani e il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamal.

Israele, però, ha già fatto sapere di non essere disposto a prolungare la tregua, che dovrebbe scadere giovedì all’alba, oltre la prossima domenica per un totale di 10 giorni, secondo Haaretz che cita un funzionario informato dei colloqui.

La tregua ha finora concesso un po’ di sollievo alla popolazione civile di Gaza, grazie anche a un afflusso sempre maggiore di aiuti umanitari, ma sul terreno appare già appesa a un filo. L’esercito israeliano ha infatti denunciato che tre ordigni telecomandati sono esplosi nel nord della Striscia, di cui due “vicino all’ospedale Rantisi, sulla linea del cessate del fuoco”, un terzo nelle vicinanze di un’unità della Brigata 261.

L’Idf ha affermato che in uno di questi episodi è stato aperto il fuoco contro i soldati, che hanno risposto all’attacco. “Alcuni militari sono rimasti feriti in modo non grave”, ha aggiunto il portavoce. Hamas ha a sua volta accusato Israele di “una palese violazione dell’accordo per il cessate il fuoco”, alla quale “i nostri combattenti hanno reagito”.

“Noi siamo impegnati al cessate il fuoco fintanto che anche Israele lo è. Facciamo appello ai mediatori affinché premano su Israele per il rispetto di tutte le intese, in terra e in cielo”, ha aggiunto il gruppo palestinese.

L’incidente non ha avuto seguiti, ma tanto è bastato a far temere il peggio. Sul tavolo dei negoziatori, ci sarebbe anche il tentativo di allargare l’accordo al rilascio degli ostaggi uomini e dei militari israeliani, in cambio di un numero molto maggiore di palestinesi rispetto al rapporto 3 a 1 dell’attuale intesa (il Wsj parla di migliaia) e di un cessate il fuoco a lungo termine.

Burns sta premendo inoltre per l’immediata liberazione degli ostaggi americani, stimati in un numero tra 8 o 9, mentre nei prossimi giorni è atteso di nuovo in Israele e Cisgiordania il segretario di Stato, Antony Blinken, per ribadire “il diritto di Israele a difendersi in linea con il diritto umanitario internazionale” e discutere di come continuare “gli sforzi per garantire il rilascio degli ostaggi, proteggere i civili durante le operazioni israeliane a Gaza e accelerare gli aiuti umanitari”, ha fatto sapere il Dipartimento di Stato.

Il premier Benyamin Netanyahu ha però insistito sul fatto che una volta che saranno riportati a casa gli ostaggi previsti dall’accordo, e cioè “donne, bambini e stranieri”, Israele “continuerà la battaglia” contro Hamas.

Ma in vista dell’operazione militare nel sud della Striscia, gli Stati Uniti vogliono comunque convincere Israele a condurre “una campagna diversa”, a muoversi “con estrema attenzione per ridurre al minimo la conseguenza di ulteriori, significativi sfollamenti” e in modo “da evitare il più possibile i conflitti con le strutture umanitarie, compresi i numerosi rifugi delle Nazioni Unite situati nel centro e nel sud di Gaza”, ha spiegato un alto dirigente della Casa Bianca in un briefing telefonico.

In sostanza, Washington non vuole rivedere le scene della prima fase della guerra, con le strutture dell’Unrwa piene di sfollati colpite dai raid aerei, né l’esodo di massa da nord a sud: “Sarebbe più che dirompente.

Andrebbe oltre la capacità di qualsiasi rete di sostegno umanitario, per quanto rafforzata o robusta possa essere”, ha aggiunto il funzionario, riferendo che la risposta di Israele è apparsa “ricettiva”. “C’è consapevolezza che nel sud si deve condurre un tipo di campagna diversa da quella condotta nel nord”, ha concluso, mettendo sul piatto, oltre agli aiuti umanitari, anche l’eventuale riapertura del valico di Kerem Shalom per l’ingresso di 3-400 camion al giorno di beni commerciali.

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