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Minaccia Arno: la Regione (solo ora) si decide a dare il via a opere finanziate 20 anni fa

L'Arno in piena agli Uffizi
Arno in piena

L’Arno ci minaccia: nella classifica dei grandi rischi da calamità naturali stilata dalla protezione civile, un’alluvione come quella del 1966 su Firenze e due terzi della Toscana figura al secondo posto, dietro solo a un’eventuale eruzione del Vesuvio.

La classifica è relativamente recente, ma il pericolo esiste dal 4 novembre 1177, data della prima esondazione attribuita, si legge nei libri di storia idraulica, alla responsabilità della contessa Matilde di Canossa. La sua colpa? Aver costruito un bastione che restrinse l’Arno nel cuore di Firenze, dove poi sarebbero sorti gli Uffizi. Da allora molto è cambiato: in peggio.

E non è bastata la lezione di 58 anni fa per cercare una convivenza meno pericolosa con quello che, lo sappiamo bene, è “un torrente con sfrenate ambizioni di fiume”. Prende acqua da una sola montagna: quando piove sul Pratomagno l’Arno si gonfia, quando non piove si secca. E’ così da sempre.

In questi giorni, quasi svegliandosi da un lungo letargo, la Regione Toscana ha fatto un annuncio: tre milioni e 200 mila euro per la cassa d’espansione di Pizziconi, nel comune di Figline e Incisa Valdarno. Sorpresa! Perchè, andando a ripescare nella memoria e negli appunti, il cronista, che non è un tecnico ma si sforza di essere attentino, prima scopre che di quella cassa era stata annunciata l’inaugurazione il 4 novembre 2023. Poi l’evento saltò, venne spiegato, per via dell’alluvione della Piana Fiorentina, con la devastazione di Campi, area Pratese, Quarrata.

Ma la storia diventa curiosa perchè, proprio leggendo la nota regionale di tre giorni fa, viene fuori che la cassa d’espansione è indietro: quei tre milioni e rotti di euro servono per finire i lavori, dal momento che non è stata ancora completata la fondamentale opera di presa. Che cosa sarebbe stato inaugurato il 4 novembre scorso?

Intorno alla messa in sicurezza dell’Arno ci sono nebbie. Che si possono dissolvere solo con i fari della memoria: basta andare a guardare indietro di qualche decennio. Ed ecco un’altra scoperta: la cassa d’espansione di Pizziconi – insieme a quelle di Leccio, Prulli e Restone – figura in quella specie di “bibbia” che è il piano di bacino finito di scrivere nel 1999 dall’allora segretario generale dell’Autorità di bacino, professor Raffaello Nardi. Casse d’espansione, tutte, che dovevano essere realizzate nei primi anni del Duemila, dal “pianino” del ministro Altero Matteoli. Finanziate con 200 milioni del governo.

Non basta: nei successivi piani, dal 2014 in poi, quelle casse si definivano nuovamente in “via di completamento”. Un “completamento” che non è arrivato mai alla sua fine, nonostante il trascorrere del tempo.

Di nuovo attenzione: quelle “casse” dovrebbero trattenere, complessivamente, almeno 25 milioni di metri cubi d’acqua che, in caso d’alluvione, si rovescerebbero implacabilmente su Firenze e i due terzi della Toscana che fanno parte del bacino dell’Arno. Inciso: trattenere 25 milioni è poco, se si considera che l’alluvione del ’66 rovesciò sulla città, eppoi giù fino a Pisa, una valanga di 150-200 milioni di metri cubi d’acqua, fango, detriti, ma ci è stato fatto credere che erano quasi pronte. Invece siamo all’ennesimo annuncio.

Allora ecco nascono spontanee le domande: perchè soltanto ora la Regione si è decisa a destinare il finanziamento alla cassa d’espanzione di Pizziconi, quando i soldi – se la memoria e gli appunti non ingannano – avrebbero dovuto essere disponibili da dieci o addirittura vent’anni?

Non basta: a che punto sono le casse d’espansione “sorelle” di quella di Pizziconi? E non risulta che sia stata nemmeno progettato l’innalzamento della diga di Levane, ossia l’altra opera definita indispensabile dal piano di bacino per “frenare” la violenza del fiume nel Valdarno Superiore.

Ripeto per amor di chiarezza: sono interventi non sufficienti a dare sicurezza a Firenze e a quei due terzi di Toscana ancora minacciati dall’Arno. Così come non è risolutiva, a valle, l’altra opera annunciata ora dalla Regione: cioè il consolidamento degli argini del fiume Era nell’abitato di Pontedera per un costo di 4,2 milioni di euro. Come mai si procede a pezzi: un tratto nel Valdarno Superiore e un altro in quello Inferiore? Perchè manca l’omogeneità d’intervento? Qual è il criterio che adotta la Regione? Che chiede altri soldi senza far sapere se quelli stanziati per i piani sono stati investiti.

Non sarebbe il caso di procedere in maniera razionale, e spedita, nella realizzazione di quel piano di bacino che Nardi, ormai venticinque anni fa, definì indispensabile per prevenire quella calamità naturale che la protezione civile colloca al secondo posto fra i possibili disastri nazionali?

Nardi, nel 1999, indicò in trentamila miliardi di lire il danno di una nuova alluvione dell’Arno. Ossia quindici miliardi di euro al cambio di oggi. Quasi una finanziaria. E’ il momento di muoversi e di fare chiarezza anche nelle informazioni. Evitando di “vendere” ripetutamente, negli anni, le stesse cose.

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Sandro Bennucci

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