Maggio Musicale: dalla “chapelle” di Luigi XIV alla Rothko Chapel, concerti apprezzati

FIRENZE – Il Festival del Maggio Musicale Fiorentino serve anche a far ascoltare al pubblico rarità musicali pochissimo eseguite in Italia: è il caso di “Le Grand Théâtre de Dieu”, presentato giovedì 11 da I Musici del Gran Principe diretti da Samuele Lastrucci, che celebrava i 300 anni dalla scomparsa di Michel-Richard de Lalande, nel 1683 nominato da Luigi XIV organista e sous-maître de la Chapelle royale, della quale fu il compositore principale fino alla morte, e “Rothko Chapel” di Morton Feldman, per soprano, alto, coro, viola, celesta e percussioni, col coro dell’Accademia del Maggio diretto da Lorenzo Fratini e Lorenzo Corti alla viola, Dorotea Dantong Wang alla celesta, Alice Felisi e Giuseppe Leonardis alle percussioni; il soprano solista era Yuki Senju, il contralto Claudia Figueroa.
Una composizione breve, questa, circa 30 minuti, che Morton Feldman scrisse nel 1972 espressamente per la Rothko Chapel di Houston, una cappella aconfessionale aperta nel 1971 e contenente 14 dipinti neri, con sfumature ed effetti tramati, realizzati da Mark Rothko; l’intento dell’artista e dei committenti John e Dominique de Menil era creare un luogo di pace (ottagonale: la simbologia dell’ottagono come punto d’incontro fra il divino e l’umano non è solo cristiana) che potesse ospitare tutti i culti del mondo. Per questo non ci sono immagini. Parallelamente, come non ha mancato di spiegare Lorenzo Fratini a fine concerto, nella composizione di Feldman non ci sono parole, solo vocalizzi: il compositore voleva riprodurre gli effetti che Rothko perseguiva con la pittura: un suono che permeasse l’intera cappella e desse l’idea dello sfumare di un colore nell’altro (o, come nel caso dei 14 quadri della Rothko Chapel, delle sfumature di nero-grigio che arrivano fino al limite delle tele). Una polifonia eterea, sospesa, pensata per favorire l’introspezione e la contemplazione. L’unica melodia ben definita compare alla fine, nell’assolo della viola, che rielabora un motivo ideato dal compositore quando aveva 14 anni. L’insieme risulta molto suggestivo e l’esecuzione non ha deluso gli spettatori venuti anche da altre regioni, data la rarità dell’evento (abbinato alla mostra di Rothko in corso fino al 23 agosto a Palazzo Strozzi). Successo vivissimo.
Di tutt’altro genere la religiosità “mondana” espressa dai compositori della corte del Re Sole, che si servivano al contrario di testi molto elaborati: addirittura di di Jean Racine nel cantique spirituel Sur le bonheur des justes et sur le malheur des réprouvés, S.127 di Michel-Richard de Lalande. Dopo una composizione di Federico Maria Sardelli alla maniera francese su testo di San Bernardo, I Musici del Gran Principe hanno dato una bell’interpretazione del mirabolante Stabat mater (sequenza in latino attribuita tradizionalmente a Jacopone da Todi) di Sébastien de Brossard. Dopo il Velum templi scissum est, répons pour le Jeudi saint aux Ténèbres di Jean Gilles, si è concluso ancora con de Lalande, un Miserere nella versione trasmessa da Sébastien de Brossard.
Tutti degni di menzione i componenti del piccolo coro: Lili Aymonino, Helena Bregar, Marie Zaccarini (solisti) con Elena Mascii, Maria Clara Maiztegui e Isaure Brunner erani i Dessus; Sebastian Monti, Alessandro Vianelli (solisti) e Lorenzo Renosi gli Haute-contre; Marco Angioloni (solista) con Enrico Busia e Neri Landi erano i Taille (nome con cui si designavano i tenori) e Samy Timin, Alessandro Abis (solisti) con Chun-Hao Chiang e Andrea Berni i Basse. Pubblico attentissimo e applausi calorosi alla fine.
