Un ricordo che affonda le radici in mezzo secolo di amicizia

Addio Tindari Baglione, giudice bravo come Gabriele Chelazzi e Piero Vigna

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

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Tindari Baglione

Tindari Baglione

Ho conosciuto Tindari quando era un giovane sostituto nella procura di Firenze, allora diretta da mio padre, e fra noi nacque fin da subito un’amicizia spontanea. Un’amicizia legata alle comuni convinzioni religiose, al radicato sentimento della difesa della legalità, delle giustizia e delle istituzioni che entrambi servivamo (io ero allora consigliere alla prefettura di Firenze). Abbiamo seguito percorsi di carriera paralleli, le vicende della vita ci hanno portato a esercitare le nostre ‘professioni’ lontano da Firenze, ma sempre con l’animo di tornare un giorno nella nostra città. Ci siamo riusciti quasi contemporaneamente, io a fine 2010 e lui dopo poco più di un anno, nel 2012, quando il 7 giugno s’insediò come nuovo procuratore generale presso la corte di appello di Firenze.

Settantadue anni, fiorentino, famiglia di origini siciliane, entrato in magistratura nel 1970, a Firenze e in Toscana ha svolto gran parte della sua carriera, dopo l’esordito in Sardegna seguito da una breve esperienza veneziana. Dal ’76 all’81 è stato sostituto procuratore a Firenze. Dall’81 all’86 è stato membro del Csm. Tornato in procura a Firenze vi è rimasto fino al ’91, per passare poi alla procura generale. Dal 2000 al 2005 è stato il capo della procura di Pistoia, quindi sostituto procuratore generale presso la Cassazione. Infine, il ritorno nella nostra città.

Al suo insediamento, la grande aula del nuovo Palazzo di Giustizia era gremita di magistrati, avvocati, professionisti, esponenti politici e imprenditori, ma soprattutto di amici. E a loro Tindari confessò di essere emozionato e preoccupato, ma di avere anche tanta fiducia. Ci disse: “Volevo finire la carriera nella mia città e ci sono riuscito: i miei genitori, se vivi, sarebbero felici di ciò. Spero solo che con l’aiuto della Madonna del Santuario del Tindari possa essere in grado di svolgere in maniera adeguata il compito che il Consiglio Superiore della Magistratura ha ritenuto di potermi affidare”. E aggiunse il ricordo di due magistrati del pubblico ministero che non erano più fra noi e che gli furono particolarmente cari: Gabriele Chelazzi, che volle accanto a sé nelle indagini sull’organizzazione terroristica denominata ‘comitato toscano delle brigate rosse’, e Piero Vigna, che lui stesso definì ‘il più bravo di tutti noi’.

Nella sua carriera Tindari si è occupato di vicende delicate e drammatiche. Oltre alla citata inchiesta sulle brigate rosse, nell’86 gli fu affidato il processo a Pietro Pacciani, accusato di essere il mostro di Firenze, l’assassino delle coppiette. Ha sostenuto l’accusa nel processo Imi-Sir – la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano – e nel giudizio su Bruno Contrada, il funzionario del Sisde accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Alla procura generale si ricorda la sua presenza a Grosseto il 25 gennaio 2015 al processo per il naufragio della Costa Concordia, a sostegno delle tesi dell’accusa “concordate con gli uffici della procura generale” . Nella sua relazione per l’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario espresse preoccupazione per «le possibili sinergie tra le nuove mafie, composte da cittadini stranieri, e le più tradizionali associazioni criminali». In particolare, disse, in Toscana «destano preoccupazione gli accordi tra la criminalità albanese, dedita soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti , e le associazioni italiane di stampo mafioso» e rilevò «la particolarità della criminalità organizzata cinese», la cui attività «mette in pericolo la parte migliore del nostro ‘made in Italy’, attraverso la contraffazione di modelli industriali e marchi e la conseguente produzione in laboratorio di articoli prodotti in Cina e importati in Italia».

In quest’ultimo periodo fiorentino ci siamo incontrati più spesso, non soltanto nelle occasioni ufficiali, ma anche in privato con le rispettive consorti. Discutevamo delle vicende cittadine e nazionali e da lui veniva sempre un giudizio equilibrato e attento, ispirato alla tutela di quei valori spirituali, morali e civili che facevano parte della sua educazione cattolica. Ricordo con particolare commozione le tradizionali ‘spedizioni’ a San Miniato, per i pranzi a base di tartufo, nel corso delle quali anche lui forse dimenticava per un attimo le preoccupazioni dell’attività professionale e si concedeva qualche ora di svago insieme agli amici più cari.

Ho saputo della sua malattia direttamente da una sua telefonata: lo avevo chiamato per salutarlo e lui mi rispose che si trovava a Careggi, ma non si trattava di cosa preoccupante. Poi purtroppo la situazione è precipitata. Andai a trovarlo in ospedale quando aveva appena iniziato le cure per combattere la malattia. Erano le prime ore del pomeriggio, lui era quasi assopito e nella stanza c’era il fedele Danilo, la sua guardia del corpo. Fu contento di vedermi, mi spiegò lucidamente la situazione, chiedendomi di tornare a fargli visita, e ci siamo separati con un forte, commosso abbraccio.

Le notizie successive, con l’aggravarsi delle sue condizioni, non mi hanno consentito di rivederlo. Ma resterà sempre in me e in noi tutti l’immagine di un uomo integerrimo, cordiale ma fermo quando necessario, fedele alla difesa dei suoi ideali e delle sue convinzioni, di un magistrato che ha servito per lunghi anni lo Stato e la giustizia, senza indulgere a facili protagonismi o esternazioni mediatiche, ma lavorando duramente e con grande professionalità, nella massima riservatezza, anche a costo di rinunciare, non di rado, perfino ai momenti di relax con la famiglia e con gli affetti più cari.

 

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

Commenti (1)

  • Francesco Zonno

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    Non avevo avuto mai l’occasione, nel mio lungo percorso in polizia giudiziaria, di incrociare il P.m. Tindari Baglione. Da questore di Firenze, ricevetti una sua telefonata che mi annunciava la sua visita appena nominato procuratore generale della Repubblica. Fui preso in contropiede. Prima ancora di insediarsi, volle dare segno della sua vicinanza agli uomini della squadra mobile, grande incommensurabile gesto, più apprezzato di qualsiasi medaglia per il personale impiegato in questo delicatissimo settore di polizia. Da quel giorno, intuita la perfetta sintonia tra noi, fu come fossimo stati amici da quarant’anni. Ricordandolo, commosso, spero che nascano numerosi i TINDARI che siano di esempio come magistrati e come uomini.
    Francesco Zonno

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