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Quando un bambino chiama la polizia

La cronaca non parla quasi mai delle liti in famiglia, tranne quando finiscono in tragedia, piatto da servire più caldo possibile al lettore dalle emozioni forti. Ma quante sono ogni giorno le telefonate che giungono ai vari numeri di emergenza, per segnalare una tensione in atto tra le mura domestiche? Decine come minimo. E non di rado è la voce di un bambino che chiede aiuto.

Un fenomeno che purtroppo negli ultimi anni in aumento è quello che vede coinvolte le coppie separate o in via di separazione, con figli minori. Soprattutto nel weekend. Spesso viene richiesta una pattuglia per constatare che la ex moglie non è in casa perché, magari, è andata in vacanza con i bambini, oppure perché il marito è in ritardo di cinque minuti nel riportare a casa i figli dopo che li aveva avuti in affido per qualche giorno.

I casi sono tanti e ognuno ha una storia a sé. Il filo comune che comunque li lega è che i genitori non dimostrano un reale interesse per il benessere dei loro bambini, ma solo il desiderio di fare del male all’ex coniuge in qualunque modo possibile, soprattutto mettendolo nei «guai» attraverso l’intervento delle forze dell’ordine.

Crescere vedendo i genitori che si querelano a vicenda per ogni sciocchezza, che non perdono occasione per litigare, anche davanti a loro, fa si che i bambini vivano con problematiche di vario genere, che potrebbero accompagnarli anche per tutta la vita.

Poliziotti e carabinieri sono purtroppo abituati, loro malgrado, a queste richieste di interventi e cercano sempre di riportare la pace, per quanto possibile, comprendendo ciò che c’è alla base delle situazioni dove sono chiamati ad operare. Un impegnativo lavoro professionale che si impara solo con il buon senso e l’esperienza quotidiana. Che diventa ancora più difficile e delicato quando sono i bambini a richiedere aiuto in prima persona, perché i genitori stanno litigando violentemente. Sono spaventati e spesso non sanno neanche come spiegare ciò che sta accadendo. Per loro il telefono è sempre stato un giocattolo e non un mezzo per lanciare un allarme.

Mentre la pattuglia sta arrivando sul posto, l’operatore cerca di tenere il più possibile il bambino al telefono non solo per cercare di tranquillizzarlo ma anche per capire se gli sia stato fatto del male. Spesso la conclusione dell’intervento vede uno dei due genitori andare via da casa, oppure, nel peggiore dei casi, finisce con la ricerca di un alloggio per la donna e i figli, per tutelarli da un padre violento.

La cronaca ha ben altro di cui occuparsi, né questi episodi escono quasi mai nei «mattinali» delle questure e dei comandi dei carabinieri, tranne quando si configuri un reato ben specifico. In altre parole «non fa notizia». Ma per chi li vive e per chi interviene è diverso: vedere dei bambini al centro di diatribe tra i genitori, piccole vittime indifese di un amore che si è trasformato in odio e «usati» solo come strumento per continuare a farsi del male, sono situazioni che toccano nel profondo gli uomini e le donne in divisa. Molto meglio inseguire un ladro, non c’è dubbio.

Sicurezza


Sandro Addario

Giornalista

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