Per rilanciare il calcio italiano ci vogliono scelte coraggiose non vecchi giochini

Macchè Allegri e Mancini, alla Nazionale servono Baggio o Antognoni

di Sandro Bennucci - - il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica, Sport

Giancarlo Antognoni ieri in campo alla Partita del Cuore

Giancarlo Antognoni

Sulle ceneri della Nazionale di Prandelli, esempio poco edificante di come non si deve affrontare un campionato del mondo, si sta tentando di costruire carriere con alleanze e giochi di potere.  Nel senso che si parla di sostituzione del ct dimissionario e  non di un progetto nuovo. O rivoluzionario. Si fanno nomi noti, ma scontati: quelli di Roberto Mancini, di ritorno dalla Turchia, e di Massimiliano Allegri, silurato più dai giochi interni del Milan che dai risultati.

Ecco allora che la Nazionale rischia di vivacchiare, di non intraprendere il cammino verso un cambiamento capace di riportare gioco e risultati. Mancini e Allegri assomigliano alle soluzioni, già cerchiate dalla matita nera del fallimento, che hanno portato sulla panchina azzurra due allenatori buoni ma poco inclini a cambiamenti radicali:  Roberto Donadoni prima e Cesare Prandelli dopo. Stavolta, con un calcio italiano così mal ridotto, ci vuole una scossa vera,  una sorta di elettroshock. Perché, allora, non affidarsi a un campione  vero, a un nome caro alla gente, con profonde conoscenze di campo e indiscutibile dal punto di vista tecnico e morale? Facciamo due nomi: Giancarlo Antognoni, campione del mondo nel 1982,  e  Roberto Baggio, vicecampione del mondo nel ’94.

Stefano Borgonovo e Roberto Baggio durante la gara tra Fiorentina e Milan al Franchi nel 2008

Roberto Baggio con Stefano Borgonovo durante la gara tra Fiorentina e Milan al Franchi nel 2008 per trovare fondi contro la Sla

Per la verità, il solo nome di Baggio l’aveva fatto, un paio di sere fa in televisione, anche Ivan Zazzaroni – collega che sa di calcio anche se non disdegna di esibirsi come  giurato  a “Ballando con le stelle” – senza però dare una motivazione tecnica e politica. E nemmeno storica. Questa: l’Italia ha sempre saputo rinascere dalle disfatte. E’ accaduto dopo le guerre, ma anche nel calcio. Dopo i mondiali del 1966 in Inghilterra, e l’eliminazione attraverso il piede del dentista coreano Pak Doo Ik, il ct dell’epoca, Edmondo Fabbri (che non aveva inserito nella rosa Gigi Riva…) venne sostituito da un direttore tecnico e da un allenatore: il primo era Helenio Herrera, mago dell’Inter, l’altro un uomo di Coverciano, Ferruccio Valcareggi. Morale? Herrera fece da scudo all’umile ma efficace ‘Uccio  per alcuni mesi. Valcareggi proseguì da solo portando la Nazionale sul tetto d’Europa (1968) eppoi al secondo posto nel mondo (1970, in Messico, con la leggendaria vittoria 4-3 sulla Germania). E ancora: altra figuraccia ai mondiali tedeschi del 1974 (vinti da Beckenbauer & soci), con lo scrittore Giovanni Arpino, inviato al seguito dell’Italia, costretto a scrivere un romanzo triste: “Azzurro tenebra”. Ma anche allora la Nazionale subì un  provvidenziale cambiamento. Sempre con  soluzione doppia: Fulvio Bernardini, vecchio saggio capace di vincere scudetti con Fiorentina e Bologna a scherno degli squadroni del nord,  diventò direttore tecnico, mentre venne promosso allenatore un altro uomo di Coverciano: Enzo Bearzot. Come andò qualcuno lo ricorderà:  Bernardini fece piazza pulita dei senatori, ossia dei Rivera, dei Mazzola e dei Chinaglia (clamoroso il suo vaffa.. a Valcareggi che lo aveva sostituito ai mondiali di Germania contro la Polonia) e convocò giovani come Antognoni. Che appena quattro anni, con il solo Bearzot rimasto in panchina, sarebbero arrivati quarti ad “Argentina 1978” e, incredibilmente, primi a “Spagna 1982”.

E’ vero che in quel tempo c’era un grande al timone della Federcalcio: Artemio Franchi. Ma è altrettanto vero che se non si ha il coraggio d’innovare affidandosi a campioni sicuri come Antognoni o Baggio, la risalita sarà difficilissima. E il calcio italiano rischierà di restare impantanato in quei giochini di poltroncine che l’hanno portato al disastro brasiliano di Natal.

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Sandro Bennucci

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