Lettera aperta al presidente del consiglio sul pericolo alluvione

Caro Renzi, l’Arno a Firenze può far male cento volte più del Bisagno a Genova

Un'immagine dell'alluvione di Firenze del '66
Un'immagine dell'alluvione di Firenze del '66
Un’immagine dell’alluvione di Firenze del ’66

Caro presidente Matteo Renzi,

ci conosciamo bene, non solo per la fiorentinità che ci accomuna, ma anche per la questione che intendo porle: lei, nel 2006, da presidente della Provincia di Firenze, collaborò a un capitolo del mio libro, «l’Arno che verrà». Sa di che cosa tratto. Mi permetta allora di dirle, con umiltà ma anche con una buona dose di conoscenza dell’argomento «alluvione», che a Genova lo Stato (non solo il suo governo) si è lasciato colpevolmente sorprendere. Per questo deve rimediare con ogni sforzo. Ma non può, lo Stato, sottovalutare il rischio, addirittura cento volte maggiore, che continua a correre Firenze.

20 MILIARDI  DI DANNI – Sto esagerando? No, glielo dimostro con due cifre. A Genova, ferita dal Bisagno e dai suoi tumultuosi torrenti «fratelli», si parla di danni per  200 milioni di euro. Mentre il piano di bacino dell’Arno, redatto dal professor Raffaello Nardi e  approvato  nel 1999 con un decreto (Dpcm) della presidenza del consiglio dei ministri, afferma che, in caso di un’altra alluvione come quella del ’66, Firenze e due terzi della Toscana subirebbero danni per 30 mila miliardi di vecchie lire. Ossia 15 miliardi di euro. Valutazione che, in 15 anni (dal ’99 a oggi), deve essere aggiornata, diciamo pure a 20 miliardi (ecco la previsione di un danno cento volte superiore a quello già alto e dolorosissimo di Genova) per l’aggiunta di nuova ricchezza, nuova tecnologia e, purtroppo sì, per situazioni di rischio, in alcuni casi, aggravate dalla presenza di nuove costruzioni e di nuove strade con ulteriore impermeabilizzazione del terreno.  Non c’è bisogno di ricordare a lei che Firenze (come Pisa, altro scrigno in pericolo) fonda la propria identità e anche le speranze per il futuro soprattutto sul patrimonio d’arte e cultura che custodisce. Non a caso, la protezione civile ha inserito una nuova, eventuale alluvione dell’Arno al secondo posto fra i grandi rischi da calamità naturale che incombono sul Paese. Di più sconvolgente ci sarebbe solo l’eruzione del Vesuvio.

CHE FARE ? – Perché, caro presidente, ho deciso di scriverle? Per senso civico, certo. Poi perché conosco bene la questione Arno, alla quale ho dedicato una quarantina d’anni d’attività professionale, con due libri e almeno un migliaio d’articoli. Ma soprattutto perchè ho visto e vissuto – avevo 16 anni  – l’alluvione del 1966: tutto, intorno, era fiume. Terrificante. Non è solo quel trauma giovanile,  riacutizzato dalle drammatiche immagini di questi giorni,  che mi spinge a tornare sull’argomento. Troppe voci si levano a minimizzare il problema, riducendolo a evento storico irripetibile e credendo di esorcizzare in tal modo il pericolo.  In questo breve appello vorrei semplicemente riannodare il filo del discorso, riconducendolo all’essenziale, ossia ai documenti ufficiali. Che riletti fanno paura. Per arginare la follia dell’Arno, che è solo un torrente con sfrenate ambizioni di fiume,  non c’è che un modo:  fermare 200 milioni di metri cubi d’acqua a monte di Firenze. Dov’è scritto? Nei tre grandi studi, finanziati dallo Stato, redatti finora e lasciati ad ammuffire in qualche cassa. Glieli elenco: il progetto commissionato  subito dopo il 1966  agli ingegneri idraulici Giulio De Marchi e Giulio Supino; il progetto pilota per l’Arno dell’ingegner Carlo Lotti, voluto dal ministero del bilancio e dalla Regione Toscana negli anni Settanta; il già citato piano di bacino del professor Raffaello Nardi, completato e approvato, appunto, nel 1999. Tutti arrivano alla medesima conclusione: fermare 200 milioni di metri cubi d’acqua, capaci di piombare su Firenze, come il 4 novembre 1966, con la furia di 4100 metri cubi al secondo.

REGIONE TOSCANA – E’ lodevole l’iniziativa del governatore Enrico Rossi, di chiedere poteri  nuovi per realizzare due delle opere previste dal piano di bacino del Nardi: l’innalzamento della diga di Levane e la realizzazione di due casse d’espansione a Figline. Da qualche parte si deve cominciare.  Ma è bene che si sappia, per non lasciarsi fuorviare, che, insieme, potranno frenare circa 20 milioni di metri cubi d’acqua, cioè appena il 10 per cento della valanga d’acqua che può riversarsi (come succede, periodicamente, dal 1177,  data della prima alluvione storicamente documentata) su Firenze e due terzi della Toscana. Ho anche sentito che la Regione vuole investire 5 milioni in argini gonfiabili. Glieli faccia risparmiare. Basta guardare una foto di Firenze alluvionata, nel 1966, per vedere che era diventata un enorme lago, dove qualsiasi barriera era stata spazzata via. Quegli argini, forse, possono essere buoni per  fossi o canali, ma l’Arno …

VERIFICA – Naturalmente può accertare quel che scrivo. Erasmo D’Angelis, suo braccio destro per le calamità naturali, conosce benissimo le pagine dei miei libri. Gli chieda di convocare un vertice con il professor Nardi, la dottoressa Gaia Checcucci, segretario dell’autorità di bacino dell’Arno, e con tutte le autorità che vuole. L’Arno non è un mostro. Tanto meno è il mostro. Ha una precisa identità, caratteristiche ben conosciute e descritte compiutamente nei tre grandi studi che ho citato, costati molti milioni di vecchie lire ai contribuenti. E lasciati da una parte con la scusa di essere troppo costosi. Ma di certo sono utili per sapere come affrontare l’Arno e prevedere le sue mosse. Perché vede, con l’Arno dobbiamo per forza convivere e alla fine lo si può anche perdonare. Governanti e amministratori no. Nemmeno lei, signor presidente.

 

 

alluvione 1966, arno, piano di bacino dell'Arno


Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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Commento

  • Rendiconto esatto della situazione, che nessuno, come al solito prenderà in considerazione, salvo i soliti piagnistei e promesse (non mantenute), nel caso succedesse qualcosa, sempre più probabile a causa del cambiamento del microclima.
    Ho lavorato in Italia per diversi decenni come topografo: il nostro Paese è a rischio idrogeologico per natura, ma se da anni non si provvede, i disastri saranno enormi, come giustamente dice Bennucci,
    Esempio classico molto vicino a noi le casse d’espansione di Figline Valdarno, nelle quali, a novembre 2013, non è entrata nemmeno l’acqua.
    Elaborare disegni e disegnini, magari con un rendering che faccia vedere anche l’onda di piena che entra nel bacino di sicurezza, sarà anche carino, ma non serve a niente, salvo che spendere soldi.
    Purtroppo, come diceva mia nonna, “le chiacchere non fanno farina”:
    ne tantomento argini.

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