Ma il partito è spaccato e la voglia di cambiamento forte

Pd alla resa dei conti, ma Renzi sfida tutti e spara: «Alle politiche prenderemo il 40%»

di Ernesto Giusti - - Cronaca, Politica, Top News

Matteo Renzi non si arrende e sfida la fronda interna al Pd

ROMA – Non si arrende, Matteo Renzi. Il Pd è pronto alla resa dei conti interna dopo la debacle alle elezioni regionali in Sicilia, ma lui non si dà per vinto. Sfida chi lo vuol far fuori dalla segreteria e dalla candidatura a premier e attacca: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta. Dicono che devo andarmene per sistemare i problemi, ma questa non è una novità. Hanno studiato vari modi per dirmelo: le prove false di Consip, la polemiche sulle banche, le accuse sulla mancata crescita, le elezioni in Sicilia.  Cioè hanno usato ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo. Che poi è l’obiettivo di chi è contro di noi. Sono c erto che, senza veti, andremo molto avanti, fino a prendere il 40% alle politiche».

Intorno c’è chi non demorde, come il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato: «Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile.  Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi. Abbiamo bisogno dell’alleanza più ampia possibile, con un programma concordato. Nel nostro partito – prosegue Rosato – ci sono per fortuna più personalità capaci di assumersi grandi responsabilità. Gentiloni è sicuramente una di queste, lo dimostra con il suo lavoro. Il candidato del Pd però resta Renzi, legittimato dalle primarie.  Poi – aggiunge – siamo per costruire squadra ampia e programma condiviso. Per questo resta un invito aperto, sincero e pressante a tutta la sinistra a lavorare insieme per non lasciare il paese in balia di Salvini e Grillo».

Ma non manca chi attacca, come Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia: «Renzi deve prendere atto che il suo piano di perdere le elezioni in modo controllato, per non perdere il ruolo, non funziona. Perché rischia di essere una tale debacle dal punto di vista elettorale da non consentirgli neanche la difesa dei suoi, come li ha in qualche occasione chiamati. Se uno fa il segretario del più grande partito della sinistra europea con lo spirito di salvaguardare i suoi e se stesso, fa un peccato ancora più grave di quelli che ho contestato a Renzi finora, perché sta distruggendo l’unica speranza di cambiamento reale di questo Paese. Il ragionamento che forse Renzi sta facendo, è che se dovessimo perdere le elezioni, anche se dovessi avere distrutto tutto il fronte del centrosinistra, io porto a casa come minimo il 15-20%, mi porto un po’ di deputati amici miei e in qualche maniera mi sono difeso… Ma non stiamo giocando a Risiko».

Cerca di smorzare i toni il ministro della Cultura, Dario Franceschini: «Non avrebbe senso intestare la sconfitta in Sicilia a Matteo Renzi, non avrebbe senso usare strumentalmente il risultato per fini interni, non avrebbe senso una resa dei conti nel Pd, che infatti non ci sarà. In due settimane – spiega – si deve raggiungere un’alleanza tra le forze che stanno oggi nel campo del centrosinistra, da costruire in vista delle elezioni politiche. L’onda populista che ha colpito l’Europa – spiega Franceschini – ha investito anche l’Italia. E il voto siciliano, che precede di qualche mese il voto nazionale, deve farci capire quale rischio stiamo facendo correre al Paese: consegnarlo alle forze antisistema. Ora, a fronte dei dati economici che ci descrivono in crescita, e a fronte della prospettiva di partecipare l’anno prossimo al processo di rilancio dell’Unione con un governo europeista, chiedo: davvero l’area di centrosinistra non ha interesse a reagire?. Lo so – aggiunge -, le lacerazioni sono fresche e i rapporti complicati. Ma si può avere per una volta un approccio pragmatico? Il nuovo sistema di voto porta a costruire delle alleanze. Nei trecento collegi uninominali, dove vince chi prende un voto in più degli altri, questo campo non sarebbe competitivo se si presentasse diviso. Eppure questo campo esiste. Perciò rivolgo un appello a chi di questo campo è parte: per quanto sia attraversata da forti divisioni, è un’area che ha sostenuto i governi Letta, Renzi e Gentiloni, amministra insieme regioni e comuni. Non penso all’Ulivo né all’Unione – precisa – ma ognuno potrebbe collaborare col suo simbolo e leader».

Un padre nobile del Pd, Walter Veltroni,  ribadisce:  «Il sogno della mia vita, che si è interrotto e va ripreso: è il sogno di un partito riformista che potesse conquistare il consenso della maggioranza degli italiani. Nel 2008 prendemmo 12 milioni di voti. La sinistra è portata ad avere in sogno, se non c’è questo la partita è perduta».

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Ernesto Giusti

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