Improvvisamente tutti i dati sono positivi, con qualche riserva

L’ultimo spot dell’Istat a favore del Pd di Renzi, a tre giorni dalle urne. Tutto va ben, madama la marchesa

di Paolo Padoin - - Lente d'Ingrandimento

Giorgio Alleva

Uno strepitoso spot elettorale a favore del Pd di Matteo Renzi viene, a tre giorni dalle elezioni, dall’Istat, l’Istituto di statistica, guidato dal prof. Giorgio Alleva, più volte sospettato, non a torto, di essere di simpatie e tendenze renziane. Dopo anni nei quali i dati mostravano tendenze contrastanti in tema di pil, di pressione fiscale, di occupazione e disoccupazione, tutto d’un tratto lo scenario muta, diventa improvvisamente positivo, con una tempestività sospetta.

Il rottamatore e i suoi adepti forse pensano che gli italiani abbiano ancora l’anello al naso, siano creduloni e bevano per buone tutte le fole lanciate dalla sinistra e dalle sue appendici anche istituzionali. Non è così e probabilmente ce ne accorgeremo il 5 febbraio quando, aperte le urne, il ministero guidato da Marco Minniti ci avrà fornito i dati ufficiali con la consueta lentezza. Ma già dalle valutazioni iniziali conosceremo l’orientamento degli elettori che pensiamo non sia influenzato dalla scarica di valutazioni e di dati positivi che Giorgio Alleva e i suoi collaboratori hanno confezionato oggi come cadeau elettorale a Renzi e ai suoi. Vediamo punto per punto le valutazioni dell’Istat.

PIL – Il Pil italiano ha registrato nel 2017 un aumento dell’1,5%, rialzo massimo dal 2010 (+1,7%). L’Istat rivede al rialzo la stima basata sulla media dei quattro trimestri (+1,4%). Rispetto al 2016 l’accelerazione è netta (la crescita nel 2016 è stata dello 0,9%). Si tratta, infatti, dell’incremento maggiore dal 2010, quindi da sette anni.
Il rapporto debito-Pil dell’Italia è risultato nel 2017 pari al 131,5%, in calo rispetto al 132,0% del 2016. Il dato è lievemente migliore rispetto alle indicazioni del Governo, che nella Nota di aggiornamento al Def ha previsto un rapporto in calo al 131,6%. L’avanzo primario è ancora una volta positivo salendo all’1,9% dall’1,5% del 2016. Il saldo è positivo da 8 anni consecutivi.
Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all’1,9%, a fronte del 2,5% dell’anno precedente.Il dato è inferiore alle indicazioni del Governo, che nell’aggiornamento al Def prevedeva un deficit al 2,1% del Pil. Il risultato del 2017, il migliore da 10 anni, non include, spiega l’Istat, la contabilizzazione degli effetti dei salvataggi delle banche venete: «per definirli si attende la valutazione di Eurostat, richiesta con procedura formale».

Dunque, considerazioni positive mutate in base a parametri valutati improvvisamente meglio, un vero e proprio fulmine sulla via di Damasco per i ricercatori Istat, mentre per quelle negative si attende il parere di altre istituzioni, che perverranno ovviamente dopo le elezioni.

FISCO – Nel 2017 la pressione fiscale in Italia è scesa al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% dell”anno precedente. Il dato emerge dal report dell’Istat sui conti pubblici.

Ma non è questo il punto, per valutare bene la situazione occorre considerare ogni aumento, anche delle tariffe generali, delle bollette, delle tariffe e imposte locali, che hanno colpito i consumatori, vessati al massimo da incrementi rilevanti. Questi fattori sono stati dimenticati dall’Istat, è vero che non fanno parte della fiscalità vera e propria, ma gravano comunque pesantemente sulle spalle e sulle tasche degli italiani.

OCCUPATI – A gennaio il numero degli occupati torna a salire, in aumento di 25 mila unità (+0,1%) su dicembre. L’Istat è però costretta a spiegare che “crescono in misura consistente i dipendenti a tempo determinato, mentre calano i permanenti e gli indipendenti”. Su base annua si conferma l”aumento degli occupati (+0,7%, +156 mila) e anche qui la “crescita si concentra solo tra i lavoratori a termine (+409 mila) mentre calano gli indipendenti (-191 mila) e i permanenti (-62 mila)”. I dipendenti a termine toccano i 2,9 milioni, aggiornando il record assoluto.

Una valutazione che sembra positiva, ma che in ultima analisi mostra che il Jobs Act ha prodotto spese ingenti per i conti pubblici, ma ha creato posti di lavoro finti, temporanei, che non danno giovamento anche all’occupazione giovanile.

DISOCCUPAZIONE La disoccupazione a gennaio risale all’11,1% (+0,2 punti percentuali rispetto a dicembre). Lo rileva l’Istat, spiegando che il tasso non aumentava da luglio scorso. La stima delle persone in cerca di occupazione torna a crescere (+2,3%, +64 mila) dopo cinque mesi consecutivi di calo. Tuttavia risultano in discesa su base annua (-147 mila). Si contano così 2 milioni e 882 mila disoccupati.

Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a gennaio scende al 31,5% (-1,2 punti). Lo comunica l’Istat, spiegando che si tratta del minimo da dicembre 2011 quando era pari al 31,2%. Sul fronte dell”occupazione l’Istituto segnala “la forte crescita” per under25, che su base mensile salgono di 61 mila unità (+6%), attestandosi a 1 milione e 74 mila occupati. Tanto che il tasso di occupazione giovanile sale al livello più alto da ottobre 2012 (18,3%).

L’occupazione femminile ha toccato un record storico, salendo al 49,3%. L’Istat aggiunge anche che d’altro canto il tasso di inattività delle donne è sceso al 43,7%, anche in questo caso un minimo assoluto. Il tasso di occupazione delle donne resta comunque di quasi 20 punti percentuali inferiore a quello degli uomini (67%).

Mentre  da parte della sinistra si alzano al cielo inni di lode per l’azione degli ultimi due governi, con in prima fila Renzi e Gentiloni, è sferzante il commento della segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti: «L’aumento dell’occupazione è quasi tutto dovuto alla crescita dei tempi determinati, segno che il lavoro generato è precario, debole e sempre più di breve o brevissima durata. Purtroppo non si ferma la fiera della precarietà».

Anche noi ne abbiamo abbastanza di questi spot proelettorali che vengono dal governo, dai molti fiancheggiatori renziani annidati nelle istituzioni e dalla sinistra. Conclusioni sospette di contratti del pubblico impiego all’ultimo tuffo; statistiche mirabolanti che aprono un libro dei sogni e ci danno un quadro dell’Italia da mondo delle favole, quasi fossimo bambini creduloni; annuncio di conclusioni di accordi accelerati per le elezioni (Aferpi del Governatore Rossi). Tutta una sequela di interventi che danno l’idea di quanta sia la paura di Renzi, dopo l’amara esperienza del referendum,  di fallire una seconda volta in un 4 del mese, di questo marzo.

Ma gli italiani, si spera e si crede, non si faranno imbecherare dai messaggi dell’ultimo minuto, che forse potranno far breccia solo su una parte degli indecisi. In questi anni il Pd e i suoi conducator (in particolare il rottamatore)  hanno mostrato di che pasta sono fatti, e l’Italia ha già sperimentato a suo tempo cosa costi l’uomo solo al comando, in un’epoca storica che proprio i big della sinistra combattono apertamente. Ma lo abbiamo sperimentato anche recentemente quando Re Giorgio Napolitano ci ha costretti a subire cinque governi non eletti dagli italiani. Mettiamo fine a questa diabolica spirale, vogliamo decidere noi da chi e come vogliamo essere governati, anche se il livello estremamente mediocre della politica rende molto problematica questa scelta.

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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