Sono in mano alle società che sono chiamate a giudicare

Agenzie di rating: poteri enormi, ma il loro capitale è in possesso di molte società soggette alla loro valutazione

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica

ROMA – L’agenzia finanziaria Moody’s ha appena rivisto il proprio giudizio sulla affidabilità del debito dello Stato italiano e adesso è atteso il giudizio dell’agenzia Standard & Poor’s.  Un interessante articolo pubblicato su la Stampa, a firma Paolo Magliocco, ci svela i segreti di queste potenti istituzioni, che decretano il destino di Stato e società. Sono le due più grandi agenzie al mondo che si occupano di valutare quanto siano affidabili azioni, obbligazioni, titoli di stato e strumenti finanziari presenti sul mercato. In pratica, il loro lavoro è dire a chi vuole investire i propri soldi se uno Stato o una azienda o le loro obbligazioni e azioni, ma anche i fondi di investimento delle finanziarie, siano più o meno rischiosi, se ci sia il pericolo che quei debiti non vengano pagati alla scadenza. Come al solito l’iniziativa di creare agenzie teoricamente indipendenti nacque negli Stati Uniti, proprio dove è nata la tempesta finanziaria del 2008, ed è già un dato significativo.

L’idea di fornire agli investitori un giudizio formulato per tutte le aziende secondo gli stessi criteri e dalla stessa fonte in modo da renderle facilmente confrontabili nacque infatti negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento. Il primo a pubblicare un rapporto di questo genere fu, secondo tutte le fonti, Henry Varnum Poor, imprenditore che si dedicò a studiare il settore ferroviario nel 1860. Dalla fusione tra la sua società e la Standard Statistics sarebbe nata nel 1940 la Standards & Poor’s. John Moody avviò la stessa attività all’inizio del 1900. Mentre nel 1924 John Knowles Fitch inventò il sistema del giudizio espresso con le lettere dalle tre A (AAA) alla D. In realtà anche se tutte le agenzie adottano il sistema per cui la A corrisponde a un giudizio positivo e poi si scende con la B, la C e la D, ognuna adotta una propria scala.

S&P e Moody’s detengono ciascuna circa il 40% del giro d’affari complessivo, a livello mondiale, di quelle che vengono chiamate agenzie di rating: il loro fatturato supera i due miliardi e mezzo di dollari. Anche in Europa sono le società più grandi: secondo l’ultimo rapporto dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), Standard & Poor’s arriva al 46%, Moody’s al 31% mentre al terzo posto c’è Fitch con il 15%. Tutte le altre agenzie pure a livello europeo sono molto più piccole: l’elenco fornito dall’Esma ne cita più di venti, e di queste dieci esprimono il proprio giudizio anche sul debito degli Stati oltre che su azioni e obbligazioni delle imprese e sugli altri strumenti finanziari. La quarta per importanza a occuparsi dei titoli di stato in Europa è The Economist Intelligence Unit, del gruppo al quale fa capo anche il settimanale economico The Economist.

Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch sono però le uniche tre agenzie i cui giudizi sono riconosciuti dall’autorità di controllo della Borsa di New York, la Sec, che svolge lo stesso ruolo della Consob in Italia. In pratica, secondo la Sec le valutazioni effettuate da queste tre agenzie di rating hanno una sorta di valore ufficiale, possono essere usate anche dagli altri operatori finanziari ed è anche per questo che sono considerate così importanti dai mercati.

Standard & Poor’s fa parte di un gruppo che lavora pure nell’editoria, McGraw-Hill, che a sua volta è controllato da Capital World Investment, società per azioni quotata in Borsa a New York. La Capital World è in realtà una delle compagnie più grandi al mondo ad occuparsi proprio di investimenti ed è proprietaria anche di una quota azionaria di Moody’s. L’azionista di maggioranza relativa di Moody’s è però il finanziere Warren Buffet. Dunque, nel capitale di S&P e Moody’s figura un buon numero di società valutate dalle stesse agenzie. Fitch, invece, è di proprietà al 100% di un altro gruppo editoriale statunitense, Hearst.

Dunque sono la grande finanza e l’editoria a guidare i giudizi sull’economia, ma questa non è proprio una sorpresa.

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