Targa alla memoria

Marcello Giannini: la Rai non volle credergli quando annunciò l’alluvione del 1966

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica

Marcello Giannini, caporedattore della Rai della Toscana il 4 novembre 1966: a Roma non gli volevano credere quando dette la notizia dell’alluvione

FIRENZE – Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana, ha consegnato una targa alla famiglia in ricordo di Marcello Giannini, capo della redazione Rai della Toscana, che il 4 novembre 1966 non fu creduto quando annunciò l’alluvione di Firenze. Sandro Bennucci, direttore di Firenze Post e presidente dell’Associazione Stampa Toscana è stato chiamato a leggere la prolusione durante la consegna. La riproduciamo integralmente.

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GIANNINI – Si stava per sdraiare sul divano di casa, Marcello Giannini, la sera del 3 novembre 1966. Fuori diluviava. Lui, redattore capo della sede Rai fiorentina, era proprio distrutto da una giornata di lavoro complicata anche da tutta quell’acqua che, da giorni, si stava abbattendo sulla Toscana. Prima di mezzanotte squillò il telefono: era la prefettura. Lo informavano dell’Arno, gonfio come non si era mai visto e della situazione che precipitava a monte di Firenze. Emergenza in provincia di Arezzo: nei casolari di campagna la gente si rifugiava sui tetti. Non c’era la protezione civile. La Rai, in un certo senso, doveva essere la protezione civile. O il megafono di tutti. Non solo perchè servizio pubblico, ma anche in considerazione del fatto che, all’epoca, non c’era nient’altro. Marcello si rimise le scarpe, salutò la moglie Agnese, prese la macchina e tornò in ufficio, allora nel cosiddetto palazzo delle cento finestre, in piazza Santa Maria Maggiore, nel cuore del cuore di Firenze. Si preparò alla nottata in redazione, con i pochissimi colleghi e tecnici del servizio notturno. Prese contatto con i corrispondenti da tutta la Toscana: alle 2,30 del 4 novembre gli dissero che la strada fra Figline Valdarno e Incisa era coperta d’acqua. Capì la situazione e rimase sconvolto: Firenze dormiva mentre cresceva la catastrofe. Nessuno, nemmeno Marcello, poteva immaginare che la mostruosa onda di piena ingigantita dagli affluenti nel Valdarno, che è appunto la casa dell’Arno, stava correndo verso la città. Dove tracimò dalle spallette alle 7,26, quando gli orologi elettrici si fermarono.

FIRENZE MORIVA – Luce, acqua, gas, mancavano quasi ovunque. Firenze moriva e il mondo non lo sapeva, Firenze moriva e il novanta per cento dei fiorentini ancora non lo sapeva. Giannini, durante la notte, aveva provato invano a far passare la tremenda notizia al giornale radio. Che alle 8 del 4 novembre del 1966 aprì con la notizia che l’Italia stava celebrando la giornata delle forze armate. Marcello sentì che il suo dovere di giornalista era quello d’imporsi anche su chi non voleva intendere. Chiese la linea per motivi di estrema urgenza: gliela dettero. Lui, con voce strozzata, raccontò che l’Arno scrosciava sopra le spallette del Ponte alle Grazie e del Ponte Vecchio: un mare d’acqua fangosa franava su una città tagliata in due, isolata dal mondo, irraggiungibile dal cielo e dalla terra, dalla capitale dei ministeri e dell’esercito. Ma nel momento in cui Marcello voleva aggiungere che l’acqua aveva raggiunto i sei metri in Santa Croce, nella basilica del Cristo di Cimabua e dei Sepolcri cantati dal Foscolo, e che stava per sfondare il portone del Duomo, da Roma lo sfumano. Puff. Collegamento staccato. Incredibile! Lui s’infuriò: volle parlare con Ettore Bernabei, il potentissimo direttore generale della Rai, con il quale aveva lavorato al Giornale del Mattino, foglio d’ispirazione cattolica e democristiana, chiuso da appena qualche mese. Il tentativo riuscì: Marcello parlò con voce concitata. Bernabei gli risponde calmissimo. E benevolmente lo rimproverò: «Capisco il tuo stress – gli disse – so che hai lavorato tutta la notte e te ne rendo merito, ma prima di allarmare l’Italia bisogna fare verifiche. Aspetta, scendi a prendere un caffè in via Cerretani, poi rifacciamo il punto della situazione».

RAI – L’Italia degli anni Sessanta, euforica per il boom economico, doveva centellinare le tragedie. Sì, c’era stato il Vajont: acqua passata. Giannini rischiò di esplodere per la rabbia, ma era un giornalista, un caporedattore, un uomo Rai. Non rispose subito, si guardò intorno, afferrò il microfono, aprì una delle cento finestre del palazzo di piazza Santa Maria Maggiore e fece la prima cosa che gli saltò in mente: calò il microfono per far sentire a Bernabei lo sciacquìo dell’Arno che aveva invaso anche il portone del palazzo e ormai imperversava nel centro storico di Firenze, trascinando macchine e sfondando vetrine. Ettore Bernabei, giornalista collaudato, capì finalmente che qualcosa di grosso era successo. Non immaginava che Firenze, città dove anche lui era nato, fosse sul punto di sparire come una mitica Atlantide. Ma le notizie, lui evidentemente la pensava così in quel tempo, bisognava darle senza scioccare l’ascoltatore. Che comunque aveva già capito. Tutta l’Italia stava piano piano comprendendo la tragedia anche se quasi nessuno aveva visto la locandina de La Nazione con le fatidiche righe: L’Arno straripa a Firenze. Ma ci vorrà comunque tempo prima che l’Italia, e soprattutto lo Stato, capisse come una città di mezzo milione d’abitanti, culla dell’arte e della cultura dal Medioevo in poi, fosse stata violentata a morte dal fiume bonario che l’attraversava, un fiume arginato dai romani, ingabbiato dai Medici e dai Lorena e celebrato dal Manzoni. Ci vorrà, prima che governo e Parlamento comprendano il disastro, anche la fatidica lettera aperta sulla Nazione che Enrico Mattei scrisse al Capo dello Stato, Giuseppe Saragat. Ma quando Roma, con la sua lentezza, si mosse, Firenze aveva reagito da sola, rimboccandosi le maniche, mettendosi gli stivali e lavorando con le scope, i rastrelli e gli strani aggeggi di legno capaci spostare il fango.

ZEFFIRELLI – Marcello Giannini organizzò memorabili servizi per la radio e la televisione. Gli operatori della Rai, comunque sguinzagliati da subito, filmarono tutto, a Firenze e nei due terzi della Toscana devastata. Poi Franco Zeffirelli avrebbe fatto tesoro del preziosissimo materiale filmato: che diventò documentario, ma praticamente il film dell’alluvione, capace di testimoniare nel mondo con la voce, in italiano, di Richard Burton il dramma di Firenze. Poi, per anni, Marcello Giannini disputò con un altro collega del tempo, Dante Nocentini, capo redattore dell’Ansa della Toscana, il fatto di essere stato il primo ad aver dato la notizia dell’alluvione di Firenze. Un primato simbolico, senza nessun riconoscimento o premio in palio. Ma solo il piacere, per un giornalista, di aver colto la notizia. Anzi, una notizia bomba: che a Roma non vollero far esplodere subito. Una notizia, tuttavia, che proiettò sia l’uno sia l’altro, Giannini e Nocentini, dove stanno i giornalisti che hanno raccontato cronaca diventata storia.

NOCENTINI – Eppoi? Giannini continuò il suo lavoro di caporedattore, conquistando fama anche come radiocronista e telecronista sportivo. Fu protagonista della trasmissione radio all’epoca più seguita: Tutto il calcio minuto per minuto. Si occupò della Nazionale di Ferruccio Valcareggi, che da Coverciano si stava preparando a vincere il campionato europeo del 1968. E naturalmente seguiva la Fiorentina, che nella primavera del 1969 sarebbe diventata campione d’Italia. Proprio la Fiorentina, dove poco dopo sarebbe arrivato Giancarlo Antognoni, il ragazzo che giocava guardando le stelle (frase coniata da Giampiero Masieri su La Nazione), stravolse un po’ la carriera di Marcello, diventato personaggio anche del mondo del pallone. Soprattutto grazie al televisivo Novantesimo minuto . Per la sua foga, quella che metteva nel raccontare le vicende viola, un tono tracimante che si portava dietro dall’alluvione, arrivarono a storpiargli il nome: da Marcello a «Macello». Non se la prendeva. Per lui era importante essere giornalista e avere quella schiena professionalmente dritta che avrebbe un po’ incurvato solo tardi, sotto il peso dell’età avanzata e degli inevitabili acciacchi che essa sempre comporta. Oggi Marcello Giannini riposa nel cimitero della Misericordia di Lastra a Signa, insieme alla moglie Agnese che, prima di lui, aveva voluto essere sepolta nel paese dove aveva fatto la maestra. Forse mi guarda e ci guarda: spero di essere stato, in questa breve prolusione, un cronista preciso, degno di raccontare la sua storia e il suo giorno più lungo e tormentato: quello dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966.

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Sandro Bennucci

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