Il risultato di una ricerca nazionale

Scuole e Università: devono restare chiuse fino alla fine dell’emergenza sanitaria, lo chiede il 70,4% dei docenti

Studente a casa segue le lezioni di scuola con la DAD (didattica a distanza) usando il computer  ANSA/MATTEO CORNER

ROMA – Le scuole e le Università si devono tenere chiuse fino a emergenza sanitaria rientrata per il 70,4% dei docenti. Ciò che è necessario è avere uno standard unico per la Didattica a distanza (lo sostengono l’82,4% degli insegnanti) con relativa formazione specifica ai docenti per oltre il 90%. Sono questi alcuni dati che emergono dal Policy brief dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ”La scuola in transizione la prospettiva del corpo docente in tempo di Covid-19”. Un risultato scontato, per i professori è troppo comodo fare didattica da casa, senza spostarsi in sedi lontane e disagiate. Ci saremmo stupiti del contrario.

L’indagine, a cui hanno partecipato oltre 800 docenti, ha riguardato gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado (asili nido, scuole dell’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado) e Università e corsi Afam, pubbliche, private e paritarie, in servizio al momento della chiusura delle Scuole e delle Università, e si inserisce all’interno dello studio più ampio “Il lavoro di uomini e donne in tempo di Covid: una prospettiva di genere” curato dall’Inapp.

«Dalla nostra indagine emerge che il corpo docente promuove la didattica a distanza come una giusta soluzione per fronteggiare il problema della pandemia – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – al punto che 2 insegnati su 3 pensano che sia giusto tenere chiuse le scuole fino a quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata. In pratica il sistema dell’istruzione, trovandosi nella burrasca del mare aperto dell’emergenza sanitaria, ha utilizzato la scialuppa della didattica a distanza per rientrare in un porto sicuro con tutto il proprio carico di lavoratori e studenti. Aver remato nella stessa direzione, docenti e studenti, è servito a salvare il ciclo di studi ma è chiaro che sono emersi allo stesso tempo molteplici problemi come gli organici insufficienti, l’inadeguata dotazione strumentale, la scarsa padronanza dell’utilizzo dell’ICT da parte del nostro corpo docente, un corpo docente con la maggior presenza di over 50 fra i paesi OCSE (il 59% degli insegnanti dalla scuola primaria alla secondaria di II grado ha più di 50 anni )e con la percentuale più bassa di insegnanti con età compresa fra i 25 e i 34 anni (0,5%). Nonostante questo, il corpo docente ha espresso la volontà di continuare ad utilizzare le tecnologie Ict anche quando, si spera presto, la pandemia sarà sconfitta».

Dall’indagine Inapp emerge in particolare come sul versante tecnologico i docenti hanno confermato le difficoltà di connessione causate da una rete Internet inadeguata anche in conseguenza della condivisione della banda con conviventi che contemporaneamente hanno avuto l’esigenza di lavorare da remoto o seguire le lezioni online. Il 40,7% dei rispondenti ha dichiarato di convivere con una persona che aveva necessità di telelavorare e il 32,5% di convivere con uno studente in didattica a distanza. La percentuale è del 20,3% se le persone in telelavoro sono più di una, e del 35,3% se gli studenti sono più di uno. La carenza tecnologica – si legge nel report – ha probabilmente contribuito a elevare i fattori di stress dei docenti, che in DAD è stimato significativamente accresciuto rispetto al lavoro tradizionale anche in una situazione non compromessa dal punto di vista della connessione alla rete internet. La necessità di avere una connessione stabile per portare a termine efficacemente le attività di didattica online ha incoraggiato molti docenti ad attivare nuove tipologie di accesso alla rete più performanti, tuttavia, il 12% degli insegnanti rispondenti affermano che la connessione casalinga non è stata sufficiente per gestire la didattica online».

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