Firenze: centro storico coi negozi sfitti dopo la pandemia. Da Disney del Rinascimento a Pompei della bellezza

Piazza della Repubblica, a Firenze, dopo la pandemia
(Foto Palinko-Firenze Post)

Scopriamo, in questi giorni di tenue ripresa, un centro storico di Firenze con tante serrande abbassate. Negozi, bar e ristoranti chiusi. Che non ce l’hanno fatta: perchè il coronavirus ha azzerato le loro entrate, mentre i canoni d’affitto sono rimasti altissimi, imperiosi, insopportabili. Gli ultimi annunci di resa riguardano nomi importanti: Coin chiuderà in via Calzaiuoli (dove paga, a quanto pare, circa 2 milioni e 400 mila euro l’anno d’affitto) per rifugiarsi, si fa per dire, nel vecchio Capitol di via de’ Castellani, adiacente alla loggia del Grano, dietro gli Uffizi (dove l’affitto sarebbe della metà). Chiuderanno invece Zara di via Calimala e Disney. Dipendenti disperati, sindacati sulle barricate. Colpevole il virus, certo, ma più colpevoli sono coloro che hanno trasformato Firenze in una nicchia della rendita di posizione, una città per turisti, senz’anima e capacità vitale. In centro non ci sono più, ormai da tempo, le botteghe artigiane vere, spesso a conduzione familiare, e nemmeno i negozi di frutta e verdura, i pizzicagnoli, i macellai. In centro si veniva di giorno, per poi scappare in periferia o nei  comuni della Città Metropolitana. Il centro era il regno dei turisti. E quando la pandemia li ha tenuti lontani, il centro è diventato un deserto: senza vita e senza guadagni.

ARTIGIANI E BOTTEGAI – La scelta, miope quanto mai e dettata dall’illusione di poter vivere di una rendita di posizione che non poteva essere eterna, fu fatta a metà degli anni Ottanta: i ricchi proprietari dei fondi che si affacciano sulle strade del centro storico di Firenze, decisero, per così dire, di espellere gli artigiani e i commercianti che erano stati, anche dopo l’alluvione del 1966, la spina dorsale di una città bottegaia ma anche vivace custode del suo passato. La cacciata fu semplice: bastò alzare i canoni d’affitto per offrirli alle multinazionali, capaci di pagare quei prezzi a scapito dei bottegai, gente dignitosa e laboriosa, ma non in grado di competere con le catene internazionali.

BOMBA – Anche i ceti politici e le classi dirigenti si fecero abbagliare da una visione di Firenze fondata sullo sfruttamento della sua grandezza storico-artistica a vantaggi di commerci per lo più di bassa lega e di un incipiente turismo di massa allora solo percepito e poi diventato realtà. Ossia una realtà devastata dalla pandemia, un modello che ha mostrato una fragilità che era insospettabile e che invece ha segnarto la fine di una lunga stagione durata quasi 35 anni, in cui la rendita pareva immutabile. Invece oggi, orfana di milioni di turisti, Firenze appare come devastata da una bomba al neutrone che l’ha svuotata, lasciando intatte strade, piazze, monumenti. La Disney del Rinascimento si è trasformata nella Pompei della Grande Bellezza, come hanno scritto, con intuito e grande capacità di fare cronaca, gli autori di «Lo shock di Firenze dopo la pandemia», cioè Franco Camarlinghi, l’ispiratore, seguito da Stefano Fabbri, Marcello Mancini, Massimo Tommaso Mazza e Leonardo Tozzi (Editore Einaudi).

POLITICA MIOPE – Così Firenze è diventata il palcoscenico di un teatro ormai diroccato in cui una politica senza ricambio non ha saputo o voluto vedere scenari che, pur non immaginando il coronavirus, non avrebbero potuto durare in eterno. Le giunte di Palazzo Vecchio, quasi sempre a guida centrosinistra – con Il Pci che si è chiamato Pds, Ds e infine Pd – fecero il primo grossolano errore nel 1989, quando Achille Occhetto, ancora segretario comunista, ordinò di bloccare la variante Fiat-Fondiaria, cioè lo sviluppo verso Novoli e Castello e chiudendo, di fatto, Firenze nel ricco scrigno del centro storico. Le grandi imprese stettero al gioco, sicure di avere l’esclusiva di un pezzo di città capace di attrarre 14-15 milioni di visitatori l’anno. E stettero al gioco le storiche famiglie, spesso grandi solo di nome. Gli investitori stranieri che non amano il risschio sembravano i soli attori e registi. La pandemia ha interrotto la rappresentazione e ogni tentativo di replica sarebbe solo una farsa.

FUTURO DA INVENTARE – E ora? Non è possibile pensare a un modello al quale tornare, ma a un modello nuovo da cui ripartire.  Un’analisi radicale da cui deriva una condanna del sistema politico ed economico che ha governato la città negli ultimi 35 anni, un sistema nel tempo sempre più chiuso e autoreferenziale composto dagli stessi gruppi e ambienti. Firenze, già esposta alla devastazione del turismo di massa, deve e può recuperare la consapevolezza di poter essere una città-guida. Ma non una guida… turistica (vero sindaco Nardella?), bensì una guida culturale, un modello di sostenibilità urbana innovativo consapevole di fondarsi su un retaggio storico artistico di rilievo internazionale. Un centro storico a cui serve un’inversione completa per riportarvi funzioni e lavoro, smettendo di pensare al recupero di vecchi immobili dismessi solo in chiave di ricettività alberghiera e riempiendoli invece di attività. E contemporaneamente guardare alla dimensione metropolitana di Firenze, integrando la città storica con le sue periferie e i comuni adiacenti e ridisegnando la mappa dell’economia. I vecchi artigiani e i vecchi commercianti non ci sono più e non torneranno. Occorre puntare su una nuova generazione, fatta di persone di alto profilo che abbia il coraggio e anche la forza politica di affermare nuove idee senza farsi condizionare dai soliti tornaconti elettorali, superando familismo e clientelismo negli incarichi pubblici, per una nuova apertura alla società che contrasti lo sfruttamento privato. Per rilanciare l’interesse di tutti. Che è l’interesse stesso di Firenze.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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