No vax braccati dalla Polizia postale: rischiano di essere indagati per terrorismo

Protesta no green pass e no vax
(Foto ANSA)

Erano pochi, nelle stazioni blindate dalla polizia, i no vax lanciati nella protesta. Ma nonostante le scarse adesioni, frange del popolo anti-vaccino e contro il Green pass sono finite sotto la lente della Polizia postale, che è al lavoro per identificare i responsabili da deferire all’autorità giudiziaria per vari reati. Si parla di liste di politici, medici e giornalisti, minacce e annunci di blocchi alle stazioni. Quindi non sono più soltanto insulti dei tanto citati leoni da tastiera: ora alcuni no vax rischiano di finire indagati per istigazione a delinquere con l’aggravante dell’utilizzo di mezzi informatici con finalità terroristiche.

SCONFORTO – Nel giorno, appunto il primo settembre 2021, in cui il certificato vaccinale diventa obbligatorio per viaggiare sui treni a lunga percorrenza, poche persone, al massimo qualche decina, hanno partecipato alle manifestazioni di protesta contro il Green pass nelle stazioni ferroviarie delle varie città italiane. Tanto che gli slogan guerriglieri lasciano sempre più il posto a messaggi di delusione. Su Basta dittatura! – il gruppo di Telegram su cui nei giorni scorsi è rimbalzata la chiamata alla mobilitazione – Ghosst scrive: «Qui ci sono solo giornalisti, io vado via. Grazie per la prossima volta non invitate proprio», e dello stesso tenore sono molti interventi nella chat, da Firenze a Bergamo, fino a Trento. I ribelli alla dittatura sanitaria per ora fanno proseliti solo in chat.

POLIZIA – La polizia postale fa sapere che si nascondono dietro un nickname battagliero garantendosi l’anonimato. «E’ un’investigazione piuttosto complessa, gli iscritti ai canali sono tantissimi», ammette il direttore della Postale, Nunzia Ciardi, che coordina gli agenti esperti della rete per identificare i soggetti: «Seguiamo la situazione fin dall’esordio e controlliamo i gruppi con le difficoltà connesse al fatto che Telegram è una piattaforma che non ha sede in Italia. Ci sono quindi anche difficoltà connesse alla legislazione applicabile». Ma non si può escludere che già nelle prossime ore arrivino i primi indagati. E’ stretta anche l’interazione con tutte le articolazioni delle forze dell’ordine, tra cui Digos e dipartimento dell’ordine pubblico.

MINACCE – «Dobbiamo dare un nome e un volto a chi scrive una determinata frase, ad esempio di minaccia: non è una cosa immediata, ma contiamo di arrivarci il prima possibile –  aggiunge Ciardi – si tratta di una galassia trasversale. Questi utenti minacciano fisicamente le persone, dicono di inserire indirizzi o numeri di telefono e creare una sorta di lista di linciaggio, che potrebbe essere foriera di atti di violenza». Anche per questo la Procura di Torino ha incardinato un fascicolo dove si ipotizza, tra i reati, quello che comprende le finalità terroristiche. E nonostante «il fenomeno sia aumentato, annunciando grandi mobilitazioni, la strategia di contrasto messa in campo dal Viminale ha già avuto un suo effetto in queste ore». La reazione dello Stato, in questo caso, non è ingiustificata: protestare è lecito, e lo si può fare in forma garantita in ogni democrazia. Altra storia è minacciare tutti: compresi coloro che, per dovere professionale, devono raccontare quel che succede. Picchiare i giornalisti, per esempio, è uno sport da talebani. Sono grato a quei prefetti (in modo particolare Iorio di Pistoia), che sono scesi in campo subito, tutelando soprattutto chi è esposto in prima linea.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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