Firenze: messa in Santa Croce con Mattarella. L’omelia del cardinale Gualtiero Bassetti

Foto dal sito del Quirinale

FIRENZE – Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, prima di cominciare la celebrazione nella basilica di Santa Croce a Firenze, ha rivolto un pensiero a Papa Francesco. “Al Santo Padre, che mi ha dato il compito di presiedere questa solenne celebrazione, la mia profonda gratitudine e l’augurio di una pronta guarigione”, ha detto l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. Papa Francesco avrebbe dovuto essere oggi a Firenze a chiudere l’incontro promosso dalla Cei e dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, ma a causa del persistere del suo dolore al ginocchio aveva annunciato qualche giorno fa l’impossibilità di essere oggi nel capoluogo toscano.

 Quindi il presidente della Cei ha salutato e ringraziato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che “ci onora della sua presenza”. Parlando dell’Incontro che si è svolto in questi giorni a Firenze tra 60 vescovi e 65 sindaci dei Paesi bagnati del Mediterraneo, il presidente della Cei ha detto: “Carissimo Presidente, è stata una esperienza di ascolto e condivisione nello spirito dell’enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco”. “Grazie di essere qui”, ha detto rivolto al Presidente seduto nella prima fila dei banchi della basilica.

Ed ecco l’omelia pronunciata dal cardinale Bassetti durante la solenne messa nella basilica di Santa Croce

Il cardinale Gualtiero Bassetti durante la messa solenne in Santa Croce

Anche oggi – in questa domenica segnata purtroppo dalle terribili notizie provenienti  dall’Ucraina – la Parola di Dio illumina le nostre esistenze. Non ci aliena dalla realtà, ma al  contrario ci chiede di andare al cuore dei problemi e di porre così le basi per un mondo  migliore. Rileggendo la pagina del Vangelo di Luca proposta dalla liturgia (Lc 6,39-45), vi ho trovato  una prima lieta notizia: Gesù parla alla folla nella pianura. Altrove ha preferito salire sulla  montagna portando con sé solo alcuni discepoli. Qui sembra invece che voglia raggiungere  proprio tutti: il suo messaggio vale per ogni persona – direi – per i credenti come per i non credenti. È il primo annuncio di salvezza: il Signore si lascia trovare. Anzi, fa di tutto per essere  raggiunto da chi desidera seguirlo. Quella pianura della Palestina in cui Gesù ha deciso di rivolgere questo discorso mi sembra  come la nostra Firenze, adagiata nella piana dell’Arno: non si trova su una vetta  irraggiungibile e non è nemmeno una cittadella fortificata. Proprio qui il Signore si è fatto  trovare in questi giorni, per rivolgere ancora una volta a noi pastori e a tutti i delegati  presenti una parola di salvezza. 
Ma allora perché Gesù parla in parabole? Perché non ha detto espressamente cosa si  aspetta dai suoi discepoli? Perché non ha comandato cosa fare? Credo che lo abbia fatto  perché ha creduto in loro e crede ancora oggi in noi: sì, prima ancora che noi crediamo in  lui, il Signore crede in noi. Crede nella nostra intelligenza e nella nostra responsabilità.  Crede che saremo disponibili a convertirci. Crede che sapremo prendere le decisioni  migliori per noi stessi e per coloro che ci sono affidati. 

Provando allora ad entrare così nelle immagini che Gesù ci consegna nel Vangelo, mi sono  accorto che si tratta di tre coppie: il maestro e il discepolo, la pagliuzza e la trave, e l’albero  e il suo frutto. Nella Bibbia questo gioco delle coppie è frequente: Gesù stesso manda ad  esempio i discepoli a due a due (cfr. Mc 6,7). 
C’è dietro una “sapienza tutta mediterranea”, che dovremmo imparare ad apprendere di  nuovo: quella del confronto continuo. Anche la fede cristiana non è indottrinamento né  autoconvincimento, ma ascolto di chi ci ha preceduto e confronto con altri compagni di  viaggio. Abbiamo bisogno di continuare a confrontarci con il Signore e con gli altri: rinchiusi  nella nostra solitudine, come singoli, come Chiese e come popoli, rischiamo di trovare  soluzioni inappropriate, se non distruttive. Ed è questa l’esperienza che abbiamo fatto,  ascoltando le varie storie provenienti dalle sponde del Mediterraneo: il confronto ha  favorito la comunione e la fraternità. 

Allora le prime parole di Gesù diventano più chiare: «Può forse un cieco guidare un altro  cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?» (Lc 6,39). C’è un legame stretto tra il maestro  e il discepolo, tra il pastore e il suo gregge, tra il sindaco e i suoi concittadini. Da chi guida  gli altri ci si aspetta che intraveda il futuro prima e meglio degli altri grazie alla sua posizione  privilegiata e che indirizzi i percorsi altrui verso il bene, anche quando questi sono in salita. Ancora una volta Giorgio La Pira, che fu sindaco di questa città con grande sapienza  cristiana, si staglia come una figura esemplare: una guida capace di ispirare la sua vita e le  sue scelte a quelle del Figlio di Dio, che è venuto per servire e non per essere servito (cfr.  Mc 10,45). Così ha reso Firenze una città in grado di tessere relazioni di pace con tutte le  nazioni e tra tutte le nazioni. 
All’immagine del maestro-discepolo, Gesù aggiunge quella della pagliuzza e della trave:  «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che  è nel tuo occhio?» (Lc 6,41). L’immagine è volutamente grottesca e, mentre ci fa sorridere,  ci fa anche pensare. Il tronco non solo è più grande della pagliuzza, ma è anche un  impedimento a vedere l’altro per quello che è veramente. 

Foto dal sito del Quirinale

Gesù non vieta il giudizio in sé: lui stesso più volte ha invitato a valutare quanto accade nel  mondo (cfr. Mt 16,1-4). Adesso però la sua preoccupazione è un’altra: spiegare come si  forma un giudizio corretto. E la sua soluzione consiste nel guardare prima se stessi e poi gli  altri. Così il Signore svela l’orgoglio ottuso, di chi si sente superiore. Gli ipocriti (cfr. Lc 6,42)  per il Vangelo sono coloro che, dicendosi impeccabili, ingannano gli altri nel dare un’idea  sbagliata di sé e ingannano se stessi. Gesù sfida la resistenza a farsi correggere e quindi a  diventare migliori: soltanto chi vede le proprie mancanze può migliorarsi; solo chi si  riconosce malato può lasciarsi guarire (cfr. Mt 9,12). Gesù chiede di passare dalla critica alla compassione, dalla compassione al perdono e dal  perdono alla fraternità. Ancora una volta mi pare di riconoscere qui la fiducia che egli ci  accorda: non ci dà una norma dettagliata da applicare, ma ci offre una chiave di lettura  etica, certo della nostra responsabilità. 

La fede, in fondo, non è etica? Non consiste forse in una esistenza fatta di scelte concrete  secondo il Vangelo? La parabola evangelica ci comunica la speranza che è possibile  diventare alberi buoni, che producono frutti buoni. Ecco la terza immagine: l’albero e il suo  frutto. Gesù lascia intendere come si può diventare “albero buono”: superando l’ipocrisia con  l’aiuto dell’altro. In questo modo cambierò il mio cuore e riuscirò a portare frutti buoni per  me e per il mondo. Nel cuore, infatti, nascono l’odio o la fraternità. Per il Vangelo, il cuore ovvero l’interiorità della persona si raggiunge grazie alle relazioni con gli altri e alle nostre  stesse azioni, che ci fanno da specchio. Nel passato questo insegnamento di Gesù ha già trovato spazio nel cuore di persone  concrete come Giorgio La Pira, che sono diventate profeti di pace in un mondo che  sembrava bloccato da tensioni latenti e guerre in atto. Ancora oggi la Parola di Dio rivela la  speranza che cambiare il mondo sia possibile, a patto che cambi il cuore delle persone. Possa il Mediterraneo, che è lo spazio geografico in cui il Figlio di Dio ha deciso di nascere  e dove il suo Vangelo ha compiuto i primi passi, diventare una immensa cassa di risonanza  di questo messaggio di fraternità.  Possano i popoli del Mediterraneo essere testimoni per il mondo intero di una pace  possibile, quella che parte dal cuore convertito al Vangelo e produce scelte concrete per il  bene di tutti.

cardinale Bassetti, messa in Santa Croce, Presidente Mattarella


Sandro Bennucci

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