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Iran: Trump manda Vance a Islamabad. Ma Teheran non si fida. Negoziati in bilico per nucleare e Hormuz

Vance torna a Islamabad per i colloqui Usa-Iran (Foto d’archivio)

ROMA – Trump minaccia: “Se l’Iran non accetta l’accordo distruggeremo tutto”. E ancora: “La pace si raggiungerà in un modo o nell’altro, vale a dire con le buone o con le cattive, ha assicurato l’inquilino della Casa Bianca, furioso per il blocco di Hormuz e pronto a “far saltare in aria” il Paese se le sue proposte venissero bocciate. Il regime, pur ammettendo “progressi” nella trattativa, ha tenuto il punto sulla chiusura dello Stretto e sul diritto al nucleare.

Ora si attendono sviluppi da Islamabad: il team americano guidato da Jd Vance ha avuto il via libera per volare in Pakistan, ma in serata i media iraniani hanno messo in seria discussione la partecipazione dei rappresentanti degli ayatollah. La domenica di Trump è trascorsa alla Casa Bianca con una serie di interviste preparatorie ai nuovi colloqui con l’Iran, dopo il fallimento del primo round l’11 aprile scorso. La prima notizia, non scontata, è che la sua delegazione andrà in Pakistan con il solito formato: oltre a Vance, Jared Kushner e Steve Witkoff.

Sul piatto, nella sua visione, c’è un “accordo equo e ragionevole” proposto alla controparte, che farebbe meglio ad accettare. Altrimenti, il presidente smetterà di fare il “bravo ragazzo” e ordinerà la distruzione delle infrastrutture, “ponti e centrali”, della Repubblica Islamica. E’ la loro “ultima possibilità”, ha avvertito, annunciando una lettera agli iraniani per mettere in chiaro “cosa è a rischio se non ci sarà un’intesa”. Per il regime l’accordo è “ancora lontano”: lo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha parlato di “molte divergenze e alcuni punti fondamentali irrisolti”.

Uno di questi è il dossier nucleare: “Trump non ha il diritto di negarci i suoi benefici”, ha specificato il presidente Masoud Pezeshkian. L’altro nodo che mette a rischio i colloqui resta Hormuz, con le due parti che si scambiano accuse di violazione della tregua. Gli Usa, in particolare, insistono sulla riapertura dello Stretto (altre due petroliere sono state costrette a fare marcia indietro), mentre i Pasdaran ribattono che non si sarà nessun negoziato se gli americani manterranno il blocco navale sui porti iraniani. La linea dura della Guardie Rivoluzionarie, al termine di una giornata di conferme e smentite, potrebbe avere prevalso.

L’agenzia Irna ha fatto sapere che non c’è “nessuna chiara prospettiva di successo nei negoziati”, anche per via delle “richieste irragionevoli” di Washington. Fars e Tasnim, senza confermare una decisione delle autorità in un senso o nell’altro, hanno rilevato che “l’atmosfera generale non può essere valutata come molto positiva”. Secondo una ricostruzione di Axios, a Teheran c’è il sospetto che le dichiarazioni di Trump su un possibile accordo possano essere una copertura per un attacco a sorpresa da parte degli Stati Uniti.

Tutto resta sospeso. In precedenza altre fonti iraniane interpellate dalla Cnn avevano parlato di un team negoziale in arrivo a Islamabad martedì, con l’aspettativa di trovare un’intesa almeno sul prolungamento della tregua. Inoltre la riapertura del traffico aereo internazionale da Mashhad, la seconda città del Paese, che era stata colpita dai bombardamenti americani e israeliani, aveva suggerito che la ripresa della guerra non fosse imminente. Nel frattempo la più grande portaerei del mondo, la Uss Gerald R. Ford, è rientrata nelle acque del Medio Oriente dopo essere rimasta in porto del Mediterraneo per delle riparazioni.

Dalla Ford potrebbero partire i caccia per riprendere i raid su obiettivi iraniani, a negoziato fallito: sembra essere questa l’opzione militare preferita da Trump, che secondo il Wall Street Journal non approvò la conquista dell’isola di Kharg temendo un numero significativo di vittime fra i soldati. Il fatto è che anche gli iraniani si stanno preparando a riprendere le ostilità: gli alti comandi aerei hanno assicurato che “durante il cessate il fuoco è aumentata la nostra velocità di rifornimento delle piattaforme di lancio di missili e droni rispetto a prima della guerra”.

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