Le falle dell'ordinanza della Gip di Agrigento

Le motovedette della Guardia di finanza sono navi da guerra. Consulta e Cassazione sconfessano l’ordinanza del Gip di Agrigento

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

Carola Rackete

Se Matteo Salvini fosse meno impulsivo e si documentasse anche dal punto di vista giuridico e amministrativo prima di scatenare battaglie giuste, ma con approccio e modalità spesso esagerate e controproducenti, avrebbe colpito e affondato la gip di Agrigento, la Sea Watch e la capitana Carola in modo molto più elegante e giuridicamente impeccabile, facendo fare una figura barbina alla gip e ad alcuni passi della sua ordinanza contestata.

Alcuni pareri di giuristi, avvocati e magistrati non schierati e, da ultimo, una ricerca fatta da Mia Grassi per AdnKronos hanno dimostrato infatti che, almeno su un punto (le motovedette della finanza non sono navi da guerra), la Vella avrebbe completamente ignorato sentenze della Cassazione e della Consulta. Infatti, secondo questa ricerca, le motovedette della Guardia di Finanza sono navi militari e ad affermarlo sono alcune pronunce della Corte Costituzionale e della Cassazione.

Partiamo dalla Consulta. Chiamata a esprimersi sulla ammissibilità della richiesta di referendum popolare per l’abrogazione della legge 189 del 23 aprile 1953 sull’Ordinamento del Corpo della Guardia di Finanza’, nella sentenza del 3 febbraio del 2000, la Corte Costituzionale richiama le stesse ragioni che già nel 1997 avevano portato a dichiarare inammissibile una analoga richiesta di referendum sull’abolizione del carattere militare della Gdf: «Questa Corte non può che ribadire la convinzione che il carattere militare della Guardia di Finanza è talmente compenetrato nella struttura, nell’organizzazione, nello ‘status’ del personale, nelle funzioni e nelle modalità di esercizio dei compiti istituzionali del Corpo, che lo strumento referendario si presenta inidoneo a raggiungere
l’obiettivo della sua ‘smilitarizzazione».

Spiegando gli elementi portati a sostegno della sua decisione, la Consulta sottolinea «che per il reclutamento dei militari della Guardia di Finanza destinati a fare parte del contingente di mare, chiamato a svolgere anche fuori dalle acque territoriali funzioni tipicamente militari in collaborazione con la Marina militare, sono previsti requisiti equipollenti a quelli richiesti per il reclutamento nella Marina Militare».

Quindi, richiamando le rispettive norme, la Consulta evidenzia che «le unità navali in dotazione della Guardia di Finanza sono qualificate navi militari, iscritte in ruoli speciali del naviglio militare dello Stato; che battono ‘bandiera da guerra’ e sono assimiliate a quelle della Marina militare; che sono considerate navi militari agli effetti della legge penale militare».

Anche la Cassazione, con la sentenza 31403 del 14 giugno 2006, ha sostenuto la natura di navi militari per le motovedette della Finanza. Il caso preso in esame riguardava lo speronamento di un’imbarcazione della Gdf da parte di una barca privata, che, nel corso di un’operazione di controllo delle Fiamme gialle sulla pesca abusiva di molluschi, non si era fermata all’alt e, per opporsi al conseguente inseguimento e abbordaggio, aveva speronato la
motovedetta, provocandone la rottura dell’elica. Nel caso di specie la Suprema Corte ha sottolineato come sia «indubbia la qualifica di ‘nave da guerra’ attribuita alla motovedetta non solo perché essa era nell’esercizio di funzioni di polizia marittima e risultava comandata ed equipaggiata da personale militare, ma soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Gdf in questa categoria, quando nell’art. 6 della legge 1409 del 1956 (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall’articolo 1100 codice della navigazione per la resistenza e la violenza contro una nave da guerra».

In particolare, l’articolo del Codice della Navigazione a cui la Cassazione fa riferimento prevede che «il comandante o l’ufficiale della nave, che commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. La pena per coloro che sono concorsi nel reato è ridotta da un terzo alla metà».

La Cassazione richiama anche una sentenza precedente, la 9978 del 1987, con cui, spiega, «questa Corte ha già avuto modo di affermare che ‘una motovedetta armata della Guardia di Finanza, in servizio di polizia marittima, deve essere considerata nave da guerra».

Ecco, tutto questo coacervo di decisioni e sentenze dei supremi organismi giurisdizionali è stato ignorato dalla giudice Vella, che in base alle sue considerazioni ha assolto la capitana Rackete dall’accusa più grave, che avrebbe comportato una pena della reclusione da tre a dieci anni, con la giustificazione dell’adempimento del dovere di soccorrere i naufraghi e dello stato di necessità. Ignorantia legis non excusat, dicevano i latini, e in questo caso l’ignoranza di sentenze sembra particolarmente grave.

Non ha tutti i torti, stavolta, il ministro Salvini nell’affermare che  la vita dei finanzieri, messa a rischio dalla manovra della Rackete, non valeva nulla per il gip, per il quale contavano soltanto le esigenze dei migranti. Continuiamo però ad attendere le decisioni della procura agrigentina, che in questo caso ci sembra forse troppo  prudente e riflessiva.

Tag:, ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: