L'esame della Cgia di Mestre sull'annuncio improvvisato

Tasse: commercianti e imprenditori non credono a Renzi

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

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renzi

 

Il taglio delle tasse, annunciato da Renzi nella cerimonia di apertura al Convegno nazionale del PD, intenderebbe rappresentare l’inizio di una vera e propria rivoluzione da attuarsi in un quinquennio. Dal bonus da 80 euro per i pensionati alle riorganizzazione e riduzione delle aliquote Irpef, cerchiamo di anticipare le misure fiscali da adottarsi già con la prossima legge di Stabilità, che verrà approvata entro dicembre 2015 e che dovrebbero proseguire fino a tutto il 2018. In realtà sembra che nei programmi del Governo non esista un vero e proprio piano. Matteo Renzi avrebbe parlato a braccio, senza basi solide, soprattutto senza preoccuparsi delle coperture finanziarie.

BOMBA – Bomba propagandistica? Pesanti critiche sono subito partite da destra e da sinistra e qualche quotidiano addirittura ha insinuato che il piano non esista e che Renzi, in difficoltà, abbia sparato qualche cartuccia pesante senza avere le munizioni (un piano) adeguate. L’abbia sparata, come al solito, a salve. Ma anche le categorie economiche sono assai scettiche sulla fattibilità della promessa.  Seguiamo l’analisi fatta da Cgia e Unimpresa, i cui uffici studi hanno esaminato puntualmente le misure che il Governo ha annunciato.

CASA – “Nel 2016 il piano prevede l’eliminazione della tassa sulla prima casa, l’Imu agricola e sugli imbullonati”, queste le chiare parole di Renzi. L’obiettivo non è soltanto quello di cancellare l’Imu – che attualmente riguarda gli immobili accatastati A1, A8 e A9 –, quanto piuttosto quello di dare un bel colpo di spugna sulla Tasi, la tassa sui servizi indivisibili. L’intenzione è quella d’introdurre una local tax, ma rimodulata rispetto a quanto previsto inizialmente. Si tratta perciò non di un’abolizione, ma di una sostituzione. E qui nasce il primo dilemma.

BONUS PENSIONATI –  Tra gli interventi fiscali che il premier ha promesso di adottare nel triennio 2016-2018, vi è l’estensione ai pensionati del bonus da 80 euro mensili da cui, nel 2014-2015, erano rimasti esclusi. Così come con i lavoratori dipendenti, anche per i pensionati la misura non riguarderebbe tutti, ma solo quelli al di sotto di una certa soglia di reddito. Il bonus di 80 euro sulle pensioni comporterà una maggiore spesa pubblica di circa 10 miliardi di euro.

SCAGLIONI IRPEF – Cambiano gli scaglioni dell’Irpef, nell’ottica di rendere il fisco più razionale e leggero. L’ipotesi è quella di partire dalla proposta di riforma del Nens (Nuova Economia Nuova Società, di Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco). Secondo lo studio, il prelievo Irpef si dovrebbe articolare, al netto delle detrazioni, in quattro differenti aliquote:
– 0%: esenzione totale per i dipendenti che guadagnano 8mila euro l’anno;
– 27,5%: per chi rimane entro il tetto di 15mila euro;
– 31,5%: per chi percepisce fino a 28mila euro;
– 42/43% per tutti gli altri contribuenti.
Con detrazioni fisse: 1000 euro per il lavoro dipendente (800 per i pensionati), 200 euro per il lavoro autonomo. Ciò si tradurrebbe in una rimodulazione a vantaggio dei redditi medio-bassi: una coppia monoreddito dipendente avrebbe quasi 700 euro in più.

IRAP/IRES – Importante anche il capitolo sulle imposte di chi produce reddito da attività produttive e per le imprese.  Per quanto riguarda l’Irap, la legge di stabilità 2015 aveva già ripristinato le aliquote anteriori al 2014 e l’integrale deducibilità del costo del lavoro da imponibile Irap: ora il Governo vorrebbe adottare degli interventi strutturali e definitivi sulle aliquote.  Sull’Ires potrebbe tornare l’ipotesi di introdurre per i “piccoli” imprenditori un’imposizione proporzionale e separata del reddito d’impresa con un’aliquota pari a quella dell’Ires (27,5% ) ma c’è anche il tema di una riduzione dell’aliquota generale (in molti paesi è al 20%).

IMU AGRICOLA – Già dal 2016 dovrebbe scomparire l’Imu agricola.  Le categorie di immobili agricoli sono tre: terreni agricoli, fabbricati rurali residenziali e fabbricati strumentali. Per i primi la tassazione è agevolata per i coltivatori diretti o imprenditori agricoli.  Se “salta” l’Imu, resterà probabilmente la tassazione Irpef, esclusa la prima casa. I fabbricati rurali strumentali sono già esenti da Imu e pagano la Tasi perché il loro valore catastale è già compreso in quello del terreno.

Fin qui il progetto del Governo. Ma l’esame che ne viene fatto dalle associazioni di categoria spegne molti entusiasmi. Le Associazioni del commercio e Unimpresa infatti cominciano a giocare il ruolo dei pompieri e gettano acqua sul sacro fuoco acceso da Renzi per le speranze degli italiani che ancora sono portati a credergli.

COPERTURE – Il governo dovrà fare i conti con i stringenti vincoli di bilancio imposti dall’Europa; Roma si è impegnata per il prossimo anno a portare il rapporto deficit/pil al 2,7%. “Per tagliare le imposte il premier Renzi dovrà indicare quali capitoli di spesa andrà a razionalizzare – commenta la Cgia (confederazione degli artigiani) di Mestre che ha assunto una posizione molto critica nei confronti delle promesse rilasciate  dall’ex sindaco di Firenze – diversamente i suoi annunci non appaiono attendibili”. Paolo Zabeo sottolinea la difficile raccolta delle risorse per fare questa operazione visto che la crescita economica prevista nei prossimi anni sarà ancora molto contenuta e la situazione dei conti pubblici non consentirà di superare la soglia del 3 per cento del rapporto deficit/Pil. “Pur riconoscendo che con questo Governo si è invertita la tendenza – grazie all’introduzione del bonus degli 80 euro, alla decontribuzione totale per 36 mesi per coloro che assumono un dipendente a tempo indeterminato e all’abolizione dalla base imponibile Irap del costo del lavoro dei dipendenti con un contratto a tempo indeterminato –  è necessario proseguire su questa strada, senza, però, lanciare promesse che rischiano di non essere mantenute”, ha rimarcato Zabeo.

CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA – A rendere ancora più difficile la dichiarazione d’intenti di rivoluzionare la tassazione ci sono poi numerose scadenze da rispettare per scongiurare un nuovo aumento dell’Iva: entro la fine di quest’anno l’esecutivo dovrà reperire ben 16,8 miliardi di euro, altrimenti già dal prossimo mese di ottobre scatterà l’aumento delle accise sui carburanti e dal 2016 l’Iva subirà l’ennesimo ritocco all’insù. Nel dettaglio, entro il prossimo 30 settembre il governo dovrà recuperare 728 milioni di euro per non far scattare l’aumento delle accise sui carburanti, poiché l’Ue ci ha bocciato l’estensione del reverse charge alla grande distribuzione. Con la prossima legge di stabilità (che dovrà essere approvata entro la fine di quest’anno) sarà necessario reperire almeno altri 16 miliardi di euro circa per evitare che dall’inizio del 2016 scatti l’ aumento dell’Iva e la riduzione delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

IRPEF, IRES E IVA – Secondo l’analisi di Unimpresa, basata sul Documento di economia e finanza (Def) approvato il 10 aprile dal consiglio dei ministri, nel 2015 le entrate tributarie e previdenziali saliranno a quota 785,9 miliardi dai 777,2 miliardi del 2014; nel 2016 cresceranno ancora a 818,6 miliardi e poi a 840,8 miliardi nel 2017; nel 2018 e nel 2019 arriveranno rispettivamente a 863,2 miliardi e a 881,2 miliardi. Nel quinquennio si registrerà un incremento di 104,01 miliardi (+13,38%). Aumenteranno sia le entrate tributarie sia quelle derivante dai cosiddetti contributi sociali (previdenza e assistenza). Per quanto riguarda le entrate tributarie l’aumento interesserà sia le imposte dirette (come quelle sui redditi di persone e società, a esempio Irpef e Ires) sia le imposte indirette (tra cui l’Iva): le imposte dirette cresceranno in totale di 34,2 miliardi (+14,43%) mentre le indirette subiranno un incremento di 45,5 miliardi (+18,43%). Il sostanziale giro di vite su Irpef, Ires e Iva sarà pari a 79,4 miliardi (+16,36%). I versamenti relativi alla previdenza e all’assistenza cresceranno dal 2015 al 2019 di 22,02 miliardi (+10,18%).

PRESSIONE FISCALE STABILE SOPRA IL 44% – L’incremento delle entrate tributarie e di quelle contributive, secondo Unimpresa,  farà inevitabilmente salire la pressione fiscale. Nello stesso Def, il peso delle tasse rispetto al pil è infatti previsto in aumento: quest’anno si attesterà al 43,5% (stesso livello del 2014), nel 2016 e nel 2017 salirà al 44,1%, nel 2018 si fermerà al 44% per poi calare leggermente al 43,7% nel 2019. Nello stesso arco di tempo, la crescita economia, stando alle previsioni del governo, sarà timida: il pil non farà scatti in avanti significativi ed è infatti dato in aumento dello 0,7% nel 2015, dell’1,4% nel 2016, dell’1,5% nel 2017, dell’1,4% nel 2018 e dell’1,3% nel 2019.

BILANCIO STATALE SU DI 37 MILIARDI: BRUCIATO IL TESORETTO, SPREAD DA 7,5 MILIARDI – Sempre Unimpresa prevede che non ci sarà nessun intervento rigoroso sul bilancio statale: le uscite saliranno costantemente rispetto agli 826,2 miliardi del consuntivo 2014. Nel 2015 saliranno a 827,1 miliardi, nel 2016 a 842,1 miliardi, nel 2017 a 844,6 miliardi, nel 2018 a 854,4 miliardi e nel 2019 a 864,1 miliardi. Complessivamente nel quinquennio si registrerà un incremento della spesa pubblica pari a 37,8 miliardi (+4,58%). L’incremento è legato esclusivamente alle uscite correnti (acquisti, appalti, stipendi) che aumenteranno di 44,6 miliardi (+6,45%). In diminuzione, invece, la spesa per interessi sul servizio del debito che beneficerà verosimilmente della riduzione del divario di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: il tesoretto legato allo spread sarà pari a 7,5 miliardi tra il 2015 e il 2019 (-10,03%), ma verrà di fatto bruciato dagli aumenti delle altre voci di spesa, se non verranno toccati gli sprechi. Resta invariata, invece, la voce “uscite in conto capitale”, che corrisponde agli investimenti pubblici, stabile attorno a circa 60 miliardi l’anno: nel quinquennio si registrerà un lievissimo incremento pari a 724 milioni (+1,23%).

Per farvi comprendere quanto ci accadrà in futuro abbiamo dunque esposto da un lato il progetto ambizioso di Renzi, dall’altro i dubbi delle più concrete associazioni di categoria. Il premier lancia come al solito grandi annunci, con l’avvertenza però che il tutto è legato all’approvazione, da parte del parlamento, delle fantomatiche riforme, sempre promesse e finora poco attuate. Ergo, Renzi mette le mani avanti: io ci provo a tagliare le tasse, ma se non ci riesco la colpa è ovviamente degli altri (gufi, opposizioni, sindacati, minoranze) che non mi lasciano fare le riforme. Dall’altro lato ci sono i dubbi fondati su cifre e dati legislativi, che pongono molte ombre sulla realizzazione del sogno renziano. Per il bene dell’Italia speriamo che questa volta le promesse abbiano un seguito concreto. Nonostante questo a chi credere? Io un’opinione ce l’ho, ma lascio a voi la soluzione del (falso) dilemma.

 

 

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Camillo Cipriani

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